Contro i “reality” la “Biblioteca del mondo”
Attraverso il respiro si libera la parola, attraverso la parola si sdoppia il ricordo, da un lato astratta filiera di significato, dall’altro campo elettrico e biochimica di memoria. La modificazione biochimica del campo sinaptico riceve e accoglie il significato dell’astrazione, violenta e racchiusa nel suono riconosciuto come linguaggio. Frammenti di suono, lacerti di sonora realtà, si sdoppia e si consolida il significato, prima suono, respiro, aria librata fra persone, poi chimica, ordinato puzzle di segnali elettrici o geografici, colorata di biochimica realtà. Danzano le parole fra comunità di fonemi, giocano suoni e morfemi, si allarga e si stringe, si allarga e si stringe, si modifica e si riconosce la comunità dei parlanti: è la forma che traversa e produce storia e biochimica. Il continuo trasformare il suono in biochimica è il dialogo continuo entro cui si esprime l’individuo collettivo che respiriamo. La doppia continua ri-produzione di suono e di corpo, di astrazione e di carne rappresenta e presenta del collettivo il dialogo con la coscienza e l’espressione di noi, singoli lacerti della molteplice persona che viaggia dentro alla ‘machina’ comunione dei santi e dei corpi, flusso condiviso di parola, biochimica e parola. La trasformazione del linguaggio è la scena entro cui possiamo giocare, entro cui possiamo dire, entro cui leggiamo dello specchio la virtuale realtà. Sdoppiando trasformazioni, biochimica e ricordi, passiamo nel vivo del sonoro, sentendo del segno il colorato ricordo. Si legge la struttura del DNA di nuovo con la mappa delle parole, si trasmette della carne il gioco, veicolo e canale delle parola condivisa. La ‘machina’ gioisa del corpo traduce e trasmette del comune linguaggio la speranza. Della fabbrica collettiva da cui sgorga parola e dna, biochimica e lingua abbiamo, in questa fase,una forte accelerazione, industrializzandosi la lingua e la macchina delle immagini. In fondo la produzione standardizzata dell’immaginario rende più esplicita tale ‘machina’ collettiva e apre i percorsi della contraddizione e dell’antagonismo.
Tanto più si taylorizza e polarizza la manifattura del linguaggio e dell’immaginario quanto più si apre la strada del conflitto e delle forme già esplicitamente capaci di comunicazione, critica e liberazione. Siamo alla preistoria, siamo alla prima industrializzazione del linguaggio, inteso come produzione collettiva di significati. Con l’attuale industrializzazione, con lo sviluppo di Hollywood e di Microsoft, abbiamo insieme la laicizzazione e polarizzazione nelle forme primordiali di industria. Stiamo passando dalla fase religiosa, dalla casta dei sacerdoti, la lingua simbolica e rituale, a quella dello stato e della natura, la lingua come elemento costitutivo e “naturale”dell’essere umano, a quella attuale della dimensione della lingua come mercato, come offerta standardizzata in fabbrica. Mentre con la lingua rituale avevamo sacerdoti e fedeli, e con la “natura”, lo stato ed i cittadini, con la profonda rivoluzione industriale in essere, abbiamo i proprietari dei codici ed i proletari della lingua, quelli che producono gli standard e quelli, espropriati degli standard, che possono soltanto “essere audience”della rete. La divisione del lavoro che si sta realizzando produce una profonda ed irreversibile scissione proprio all’interno di ognuno di noi che nella quotidiana realizzazione del suono e del ricordo, ri-produce e legittima la fabbrica del linguaggio e la suddivisione cognitiva. La divisione cognitiva che viene generata dal collettivo, enorme processo di costruzione dell’immaginario e del linguaggio è insieme sia metamorfosi del suono e delle immagini in biochimica sia alienazione dei ricordi e delle immagini in “fabbrica”. La ri-produzione della potenza intellettuale è “chimicamente” manufatta dalla valorizzazione capitalista. Tale assunzione nella metamorfosi del corpo sociale di modalità organizzative, proprie della valorizzazione capitalista, apre il territorio del conflitto all’interno della fabbricazione dei codici, apre la contraddizione dentro alla “televisione”come la“megamacchina”che sintetizza il consumatore come “audience”. La divisione fra proprietari dei codici e proletari dell’audience, a cui non è rimasto altro che il proprio corpo e tempo da esporre al “ludibrio televisivo”, definisce sia la forma dell’espropriazione sia il terreno del conflitto. Questo è il livello dell’espropriazione che sussume la rappresentazione della politica come un “banale”sottoinsieme della stessa. E’ evidente che il potere sta nella frattura fra proprietari dei codici e forzati dell’audience ed è altrettanto evidente che l’autonomia sociale ne è l’antagonista persistente. Le forme della fabbrica del linguaggio si definiscono all’inizio del Novecento, quando la “pubblicità”rende chiaro che “il relativismo psicologico del consumatore” (S. Ewen, 1988, pg. 82) è decisivo nel costruire la produzione dei codici. Con l’industrializzazione della comunicazione si producono sia i codici dell’immaginario sia le reti per la diffusione, tv e telefonia, coniugando in un connubio “digitale”l’astrazione della socialità. O meglio tentando di espropriarla totalmente, sussumendo la vita nel “reality”. Diciamo che il “reality” è la fase finale della fabbricazione dell’immaginario, laddove è la “vita”che diventa spettacolo. Si costruisce la “griglia”dentro cui il singolo ha il proprio comportamento industrializzato e trova il proprio spazio privato, confezionato e modularizzato. Il gioco dell’individuo si articola e si arricchisce entro alle note suonate e scandite dalla fabbrica, per cui l’individuo potrà scegliere se stesso attraverso “la differenziazione su problemi ultraprivati quali la ‘puzza di piedi’, i ‘pori ostruiti’, le’ginocchia molli’, la ‘faccia cadente’, ‘l’anca da segretaria’, ‘l’odore d’ascelle’e il‘fiato che puzza di cenere’” (S. Ewen,1988, pg. 94). Si crea il comportamento privato del “consumatore” tutto costruito dalla macchina pubblicitaria, il dna del consumatore è affidato alla fabbrica, che con il reality realizza l’avvenuta “espropriazione”. Conflitto e antagonismo sono generati dai confini “bio-politici” di questa “totale” espropriazione, per cui si apre tra i codici lo spazio di nuovi “racconti”, come rotte della “Biblioteca del mondo”, come libero territorio delle lingue e dei sogni.
Oscar Marchisio
Letture:
S. Ewen, I padroni della coscienza, De Donato, Bari, 1988