Cominciamo oggi il racconto, che ci accompagnerà nelle prossime occasioni di inserimento post, dell’evoluzione della civiltà letta attraverso la storia delle città.
Le prime città nacquero con la cosiddetta rivoluzione neolitica che viene collocata intorno all’8000 a. C. in quattro regioni lontane fra loro, accomunate tuttavia dalla reciproca caratteristica di essere attraversate da altrettanti fiumi: il Tigri e l’Eufrate in Mesopotamia, il Nilo in Egitto, l’Indo nella regione indiana, il fiume Azzurro in Cina.
In quel tempo l’agricoltura si estese nelle valli dei grandi fiumi (chiamate mezzaluna fertile) e in particolare sui territori siriani, iracheni, palestinesi, turchi bagnati da abbondanti piogge, per svilupparsi ben presto nelle valli in cui la disponibilità di acqua era assicurata dalle periodiche inondazioni del Nilo, del Tigri e dell’Eufrate che rendevano quelle aree assai produttive.
In seguito, tra il 7000 ed il 3000 a.C. l’agricoltura si diffuse nei diversi Paesi europei affacciati sul Mediterraneo e fu proprio grazie ad attività come l’agricoltura e l’allevamento che poterono migliorare le condizioni di vita delle persone con il relativo aumento demografico.

Le popolazioni sedentarie
Con l’espressione rivoluzione urbana viene designata l’origine delle prime città in età neolitica nelle quali era possibile coltivare una grande quantità di generi alimentari tanto che solo una parte della popolazione doveva lavorare nei campi, mentre altri potevano dedicarsi ad altre attività come il commercio, l’artigianato, la difesa del territorio, lo studio delle lettere, della filosofia, delle scienze, delle arti e il culto degli dei.
Le abitazioni delle prime popolazioni sedentarie venivano costruite utilizzando i materiali che la terra metteva loro a disposizione, legname, pietra, fango, paglia e quando le case sorgevano in riva ad un fiume o ad un lago erano appoggiate su pali di legno conficcati dove l’acqua era poco profonda (palafitte). Altre importanti testimonianze archeologiche vengono dalle case megalitiche (fatte con grandi pietre) che costituirono importanti insediamenti urbani.
In Italia le più grandi costruzioni megalitiche sono i nuraghi della Sardegna, risalenti all’età del bronzo. In Turchia presso un villaggio attualmente chiamato Catal Huyuk, gli scavi archeologici hanno invece portato alla luce un’antichissima città neolitica che pare ospitasse più di 5.000 abitanti.

Successivamente in Europa i Greci e i Romani fondarono importanti città che avevano però una popolazione limitata: Atene nel periodo di massimo splendore arrivò a contare 40.000 abitanti, mentre Sparta non superò mai gli 8.000. Soltanto Roma, nell’età imperiale raggiunse 1.000.000 di abitanti, una vera metropoli dell’antichità. Ogni città greca (polis) era una “città stato” che si autogovernava. Atene, ad esempio era una comunità libera, aperta ai contatti con l’area circostante cui offriva servizi: i templi delle divinità, la piazza per l’assemblea dei cittadini (che non erano solo gli abitanti racchiusi entro le mura, ma anche quelli del territorio esterno), la cinta di difesa pronta ad accogliere le persone in caso di pericolo.

Atene e le polis greche
Atene, come la maggior parte delle altre città greche, nacque senza alcun piano precostituito e l’acropoli funse da fulcro. A partire dal VII secolo a.C., la vita cittadina si sviluppò soprattutto verso nord-ovest dove trovò posto l’agorà, ossia il luogo del mercato, nonché delle riunioni politiche, religiose e delle prime rappresentazioni teatrali.
Seguitando questa sintesi retrospettiva vediamo come il porto cittadino, Pireo, distante circa 6 chilometri, fosse collegato al centro urbano da una strada protetta dalle cosiddette lunghe mura volte a garantire agli ateniesi la possibilità di scambi commerciali anche in tempo di guerra.
È nella polis greca, infine, che nacque lo status di cittadino: una persona con diritti e doveri, con la possibilità di votare e di essere eletto nelle cariche pubbliche.

Negli altri continenti l’origine delle città è invece più recente. In America, ad esempio, fino all’arrivo dei colonizzatori europei, le uniche città importanti erano Tenochtitlan (l’attuale Città del Messico), capitale dell’Impero azteco e Cuzco in Perù, capitale dell’Impero inca.
In Africa, i Fenici e i Romani fondarono alcuni centri sulle coste del Mediterraneo dediti al commercio. Nel resto del Continente africano, così come in Oceania, le prime città sorsero soltanto nel XIX secolo, con l’arrivo degli europei.

Decadenza e rinascita delle città in Occidente
Dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.) in Europa le città conobbero un periodo di decadenza e di disfacimento. I commerci entrarono in crisi a causa delle invasioni dei popoli germanici, la popolazione si spostò verso le campagne e la stessa Roma, privata del ruolo di capitale dell’Impero perse gran parte della sua popolazione. Negli stessi anni, invece, le città continuarono ad essere fiorenti nella parte orientale dell’Impero, quello bizantino.
Nell’Alto Medioevo le città pur in evidente sofferenza conservarono tuttavia quel minimo di funzioni civiche (come la chiesa ed il mercato) espressioni della principale forma di potere urbano rimasto e della modesta attività non agricola. Ed ancora oggi la cattedrale e la piazza del mercato costituiscono il cuore di molte città europee e gli elementi distintivi dei loro centri storici.

Fu agli inizi del XIII secolo che la popolazione europea conobbe una forte crescita. Durante i primi secoli dell’età medievale infatti il numero degli uomini (intendo individui non genere maschile) rimase a livelli molto bassi.
Se si esclude il Domesday Book, un catasto fatto compilare nel 1086 da dal re d’Inghilterra, Guglielmo il Conquistatore, non esistevano in quell’epoca registri terrieri, né censimenti generali delle popolazioni; gli studiosi di demografia sono quindi costretti a procedere per via congetturale e a basarsi su dati incompleti. I loro calcoli non esprimono quindi valori assolutamente certi, ma ordini di grandezza attendibili. Detto questo, sembra che tra il 1000 e il 1300 la popolazione della Francia e dell’Italia sia raddoppiata, quella dell’Inghilterra addirittura triplicata. La popolazione dell’Europa occidentale sarebbe da 23 milioni circa dell’anno Mille ai 55 milioni del 1300. Un fenomeno di crescita demografica tra i più importanti della storia europea le cui cause sono tutt’oggi fonte d’indagine e di studio.

Le collettività urbane nei secoli XI-XIII
“Cities est uns assamblemens de gens a abiter en un lieu et vivre a une loi”. Così Brunetto Latini nel suo Tresor descrisse un centro urbano riproponendo un concetto di Cicerone. Una definizione se vogliamo stereotipata, che tuttavia ben si adatta alla nuova realtà delle città tra il X e l’XI secolo.
Un numero sufficientemente ampio di presone si sono raccolte nella stessa località per vivere le une accanto alle altre sotto il medesimo complesso di norme giuridiche: questo il concetto di città del tempo. “Assamblemens de gens”, la struttura demografico-insediativa è il primo elemento che viene colto per connotare il fenomeno cittadino. Centri di attrazione con diverse possibilità di inserimento nelle attività di scambio e di produzione delle merci, nell’amministrazione e nell’organizzazione ecclesiastica. Fu così le città protette dalle mura tornarono ad affermarsi con maggiore e sempre crescente autorevolezza nelle diverse parti d’Europa sia dal punto di vista economico che politico e culturale.
La crescita demografica di città e borghi andò quindi di pari passo con la rispettiva importanza economica nel quadro dell’intensa ripresa degli scambi locali ed internazionali. Al tempo stesso però nelle città si imposero nuovi problemi di convivenza tra diversi gruppi sociali e tra loro i detentori del potere politico. Nei secoli XI-XIII le collettività urbane, ricercata e trovata la “concordia” al proprio interno, si dimostrarono capaci di opporsi al dominio dei signori laici ed ecclesiastici, presentandosi di fronte a loro come associazioni in grado di agire anch’esse in senso politico. In tal modo e grazie agli spazi di iniziativa che il tessuto signorile europeo lasciava, nonché in virtù dell’esempio che la vivacità degli stessi nuclei signorili di potere offriva, le cittadinanze trovarono la propria autonomia istituzionale in un nuovo organismo, il comune.

Manifatture urbane
La crescita demografica e l’incremento della produttività agricola intorno al Mille s’intrecciarono ad una vigorosa ripresa delle attività commerciali e produttive facenti capo alle città e all’espansione dell’urbanesimo. Il fenomeno riguardò in particolare la Val Padana, la Toscana, Le Fiandre, la Valle del Reno. E L’Italia centro-settentrionale fu il territorio europeo in cui la ripresa della vita urbana fu più precoce e intensa. Consideriamone i motivi a cominciare dalle tradizioni e dagli stili di vita ereditati dalla società romana (prevalentemente urbana) ed in secondo luogo la posizione geografica al centro del Mediterraneo che faceva del nostro Paese il nodo principale tra Occidente ed Oriente per un’intensa rete commerciale.
Si verificò anche una più netta divisione tra attività rurali e attività urbane acquisendo per arti e mestieri una più alta specializzazione. Il settore guida delle manifatture urbane fu quello tessile che richiedeva operazioni complesse ed aveva una funzione trainante sulla stessa produzione agricola e sull’allevamento. La manifattura della lana, ad esempio, incentivava l’allevamento ovino, quella di altri tessuti stimolava la produzione delle “piante industriali” che fornivano le fibre grezze ed i colori per le tinture.

I poli dello sviluppo urbano
I primi centri urbani che in Italia beneficiarono della progressiva ripresa delle attività commerciali furono le cosiddette città marinare: Amalfi, Genova, Pisa e Venezia, che incrementarono i commerci con l’Oriente. Nell’Europa settentrionale, invece, si svilupparono città come Bruges e Grand, in Belgio. Mentre nell’area del Mar Baltico le città più dinamiche dal punto di vista commerciale si riunirono nella Lega Anseatica (Lubecca, Riga, Danzica, Amburgo, Brema, Colonia).


La scoperta dell’America (1492) e la successiva apertura alle rotte commerciali verso il Nuovo Mondo diede un notevole impulso alle città affacciate sull’Atlantico: Siviglia, Cadice, Lisbona nella penisola iberica; Bordeaux in Francia; Liverpool, Glasgow, Bristol in Inghilterra.

Con il Rinascimento molte delle nostre città si trasformarono profondamente: l’architettura divenne la proiezione concreta di elaborazioni teorico-filosofiche espresse nella volontà di creare la città ideale ricca di opere d’arte e monumenti.
In seguito furono abbattute le mura medievali e costruite cerchie più ampie, viali, piazze, splendide dimore. Il periodo tra il 1490 e il 1530 è stato a lungo considerato la fase più alta del Rinascimento, il suo momento più ricco e avanzato. Per l’arte italiana questa fu l’età di Leonardo, Raffaello e Michelangelo in pittura e di Ariosto in letteratura. Nel Nord Europa l’epoca di Erasmo e di Durer. Machiavelli scrisse il Principe (1513) isolato nei suoi possedimenti di campagna, subito dopo il ritorno al potere dei Medici. La restaurazione della repubblica fiorentina influì molto sulla vita artistica, con un importante ritorno alle committenze pubbliche.
Roma divenne davvero un importante centro di innovazione, soprattutto tra il 1503 e il 1521, durante i pontificati di Giulio II e Leone X entrambi amanti e grandi conoscitori delle arti.
Per Venezia come per Firenze quello rinascimentale fu un periodo di grande consapevolezza politica e coscienza civile, con una forte identificazione con l’esempio dell’antica Roma ed una capillare presenza pubblica nel campo della letteratura e delle arti.

Nel ‘500 le capitali europee crebbero anche demograficamente fino a raggiungere varie centinaia di migliaia di abitanti.

Nei decenni precedenti al 1550 molte cose erano cambiate nelle città europee, negli orizzonti aperti verso l’America e l’Asia, ma anche all’interno dell’equilibrio fra Stati e fra religioni.
William Harrison nella sua “Description of England” del 1577 scrisse: “Ci sono dei vecchi che abitano ancora nel villaggio dove mi trovo, che hanno notato che tre cose sono cambiate in Inghilterra per quel che si ricordano e altre sono troppo aumentate: la prima è il numero dei camini innalzati negli ultimi tempi; la seconda è il rinnovamento degli alloggi; la terza è il cambio degli utensili domestici, come quello dei piatti di legno in piatti di peltro e dei cucchiai di legno in cucchiai di argento o stagno. E se approvano questi mutamenti, parlano anche di tre situazioni che si sono sviluppate fino a gravare molto su di loro, vale a dire l’aumento dei fitti; l’oppressione giornaliera dei proprietari di terre; l’usura diventata così comune che è considerato pazzo chi presta i suoi denari per niente”.

Elementi contrastanti di crescita e criticità
Nel 1600 vediamo come le città continuarono a crescere, spesso malgrado le severe epidemie che si concentravano su di esse. Molte delle perdite demografiche dovute alle morie furono, infatti, compensate dai numerosi arrivi dalle zone rurali. Nelle città e nei porti del resto, si trovava più facilmente da lavorare, oltre alla possibilità di evitare tasse e saccheggi.

Nel 1605 andò in scena The History of Richard Whittington, la storia di un giovane povero arrivato a Londra per trovare fortuna. Il racconto mise in evidenza un aspetto importante della mobilità dalla campagna alla città, ossia la difficoltà (anche se in questo caso vi è il lieto fine) di affermarsi in un ambiente sociale diverso da quello d’origine.

Nel 1700 cominciò a prendere forma la città moderna, nacquero nuove capitali come San Pietroburgo e Washington, si formò anche una nuova classe, quella proletaria, che diede poi vita alla rivoluzione americana e a quella francese.

Prima della rivoluzione industriale il 60-80% della popolazione viveva nelle zone rurali ed era impiegata prevalentemente in attività agricole, ma l’industrializzazione portò gran parte degli abitanti a trasferirsi nelle città. Governanti ed architetti cominciarono così ad interrogarsi sulla struttura degli agglomerati urbani considerando come indicatori importanti i primi segni del sovraffollamento, la concentrazione di attività produttive, le nuove esigenze di salubrità, nonché i termini del decoro monumentale. L’architettura ricercò quindi nuovi materiali e nuovi sistemi di produzione da applicare su larga scala in inedite tipologie edilizie: ministeri, fabbriche, caserme, carceri, ospedali, biblioteche, teatri, musei, cimiteri, mentre gli edifici per il culto e i palazzi reali o dell’aristocrazia persero centralità nella nuova qualificazione degli spazi urbani.
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Bibliografia:
Lewis Mumford, La città nella storia, Bompiani, 2002
Lewis Mumford, La cultura delle città, Einaudi, 2007
Alfredo Mela, La città come sistema di comunicazioni sociali, Franco Angeli, 1994
Ovidio Capitani, Storia dell’Italia medievale, Laterza, 1986
Buck August, L’eredità classica nelle letterature neolatine del Rinascimento, Paideia, 1980

C A P. II

Continuamo il racconto dell’evoluzione della civiltà letta attraverso la storia delle città. Il pensiero scientifico e filosofico nel XVIII - la vita sociale ed economica delle città L’anno 1642 vide una fine ed un inizio: morì Galileo Galilei e nacque Isac Newton, una coincidenza di date estremamente significativa perché tra questi due illustri nomi si dipanò il definitivo avvio non solo della fisica, che essi studiavano, ma di tutta la scienza moderna con i suoi metodi, i suoi principi, i suoi canoni.
Nelle discipline fisiche e matematiche, nella chimica e nella medicina, nelle diverse applicazioni di una tecnologia sempre più ispirata dalla scienza in ogni campo della vita economica e sociale, si aprirono quegli scenari che diedero avvio allo sviluppo scientifico del XIX e del XX secolo. E altrettanto accadde nella vita politica, nelle istituzioni, nei rapporti sociali, nel pensiero economico e giuridico fino ad arrivare alla filosofia, alla filologia, all’arte e alla letteratura.
L’idea, ad esempio, della tolleranza religiosa e filosofica (che pur essendo qualcosa di diverso dalla libertà è tuttavia respiro di alta civiltà), nacque proprio in quegli anni.
Tra la metà del 1600 e gli inizi del 1800 si passò dal “plenilunio delle monarchie” alla rappresentanza e alla sovranità popolare; dal diritto dei re e delle dinastie ai diritti dei popoli e degli individui; dallo Stato alla Nazione; dal suddito al cittadino.
E a mutare considerevolmente fu anche la carta politica dell’Europa. Alla metà del ‘600, infatti, la Russia era ancora un Paese molto marginale rispetto al continente, la Prussia era una potenza di ambito puramente germanico, la Spagna appariva ancora come un grande impero, l’Inghilterra non aveva superato la piccola Olanda come primato mercantile, la Turchia seguitava a far paura (nel 1683 i suoi eserciti marciarono su Vienna stringendola in assedio). E gli imperi coloniali più grandi rimanevano quelli di Portogallo e Spagna, i cui domini comprendevano quasi due terzi delle Americhe.
Dall’ Illuminismo al Romanticismo
Agli inizi dell’Ottocento la scena cambiò completamente.
L’Inghilterra cominciò a controllare tutti i mari del mondo avviandosi a diventare la potenza coloniale che avrebbe dominato quasi un quarto della superficie terrestre. La Russia entrò pienamente nel sistema europeo e ne costituì una fra le più importanti potenze.
Ma andiamo per gradi.
Già alla metà del Settecento in Inghilterra aveva avuto inizio la rivoluzione industriale (e prima ancora si era avuta un’altra profonda e decisiva rivoluzione, quella agraria).
Da allora la vita individuale e sociale degli uomini, come pure le realtà urbane furono radicalmente trasformate. Inoltre, il declino moderno della metafisica si delineò in tutta la sua portata, accompagnato da una profonda critica del sapere umano, della sua natura, dei suoi fondamenti. Perciò mentre veniva sognato il trionfo della Ragione e dei suoi Lumi (l’Illuminismo) nella vita morale, individuale e sociale dell’uomo si andava affermando una nuova sensibilità, una nuova mentalità sentimentale e morale, centrata sull’individuo come persona, sulle luci, le sue ombre, le sue rivendicazioni e dichiarazioni.
In questo nostro viaggio nella storia delle città non si possono certo trascurare gli scenari nei quali hanno preso vita tanti diversi eventi, i contesti, i movimenti culturali e filosofici che determinarono cambiamenti epocali ed allora fermiamoci ancora un poco sull’osservazione delle aree urbane per poi affrontare in maniera approfondita la prima rivoluzione industriale (che come novità fondamentale non ebbe tanto l’uso delle macchine, sempre più sofisticate è vero, ma adoperate già da tempo, quanto la loro diffusione e soprattutto l’impiego di una nuova forza motrice, il vapore).
Uno sguardo alle città e alle capitali d’Europa
All’inizio del XIX secolo la crescita demografica delle capitali fu considerevole e dovuta a molteplici ragioni.
Londra, Amsterdam, Copenaghen, Lisbona e Napoli erano città portuali di grande importanza, Parigi, Madrid, Vienna e Berlino avevano invece scarsa peso commerciale, ma erano altresì centri di vita sociale, culturale, politica e giudiziaria assai dinamica in un’età in cui tutte queste sfere si andavano accentrando. Pensiamo anche che l’espandersi delle prerogative d’attività dei governi fu accompagnato dall’incremento numerico dei funzionari amministrativi.
Dove la giustizia era centralizzata, come a Londra o a Napoli si aggiungevano, infatti, alla popolazione i numerosissimi addetti ai molti tribunali e, lo si evince da molti documenti del tempo, un flusso costante di contendenti (litiganti).
Nelle capitali degli Stati governati da assemblee rappresentative o da parlamenti si aveva un grande afflusso di ricchezza e di occupazione soprattutto ogni volta che questi organi si riunivano. Inoltre tutte le capitali erano anche centri di vita sociale: le persone ricche che si recavano in queste città portavano con sé uno stuolo di domestici e spendevano largamente in consumi di prestigio che davano lavoro a tutta una serie di industrie quali l’edilizia, la manifattura di articoli di lusso e la fornitura di servizi.
Le capitali erano economicamente autosufficienti e quando poi queste coincidevano con i porti internazionali, la crescita era doppiamente rilevante. Alcune città di provincia avevano però caratteristiche simili alle capitali, specie in Stati territorialmente vasti dove governo e società non potevano essere centralizzati oltre un certo segno.
In Francia, ad esempio, le sedi dei parlaments provinciali rappresentavano centri amministrativi e giudiziari importanti. Molti centri urbani francesi, in occasioni delle riforme giudiziarie del 1771 o del 1788, chiesero di essere dotate di queste alte corti di giustizia, ben sapendo che ad intraprendere azioni legali sarebbero state le persone abbienti, in grado di spendere denaro.
Le forti migrazioni dalle zone rurali verso le città implicavano l’idea di una vita più promettente, con esperienze umane e lavorative varie, nonchè la soggezione all’autorità meno certa.
Tuttavia, in virtù del soprannumero di questo fenomeno, la caratteristica più evidente delle città divenne la povertà di gran parte degli abitanti, con difficoltà d’inserimento sociale che quando andava bene si guadagnavano da vivere con lavori temporanei, alla mercè delle fluttuazioni economiche. Ora, solo per affacciarci alla finestra dei dati per renderci conto ancor meglio delle opportunità di lavoro prima della rivoluzione industriale, vediamo come a Vienna nel 1789 i servitori erano 20.000, ovvero il 9% degli abitanti; a Berlino nel 1798 ve ne erano invece 15.000, pari all’11% dell’intera popolazione, mentre moltissimi altri venuti dalle campagne alloggiavano in luoghi di fortuna ed erano dediti all’accattonaggio.
La prima rivoluzione industriale
Il connotato distintivo della rivoluzione industriale fu, come si può ben immaginare, l’affermarsi della cosiddetta grande industria, intesa come un’organizzazione volta ad una produzione di massa piuttosto che di qualità e resa possibile dal lavoro uniforme di numerosi operai, privi di particolare formazione diremmo oggi, ovvero senza conoscenze tecniche o di specifiche abilità professionali, alle dipendenze di un imprenditore dotato di un capitale da impiegare nell’azienda e capace di indirizzare la produzione al soddisfacimento delle variabili richieste del mercato.
Il contenimento dei costi di produzione e di conseguenza l’abbassamento dei prezzi di vendita, consentirono di allargare gradualmente il mercato di sbocco dei prodotti.
Le ragioni che determinarono proprio in Inghilterra la nascita dell’industria moderna si possono ricondurre ad un insieme di fattori come: un forte incremento demografico; l’accumulo di capitale mercantile in una società dinamica ed aperta alle innovazioni; i progressi dell’agricoltura; la disponibilità di materie prime minerarie; una nobiltà disponibile all’attività imprenditoriale; una borghesia intraprendente sufficientemente tutelata dalla legislazione. Ma la spinta iniziale alla rivoluzione industriale va ricercata tra le conseguenze di quella agraria. Determinanti furono infatti l’introduzione di nuove piante alimentari di provenienza americana, quali la patata e il mais, le rotazioni agrarie con le foraggere e quindi l’aumento del numero di bovini e della possibilità di concimazione naturale consentirono un forte incremento delle produzioni agricole e casearie permettendo in questo modo di debellare gradualmente le carestie. Inoltre, la nascita delle grandi aziende private capitalistiche derivanti dal processo di “recinzione”, consentì una piena libertà di iniziativa ai proprietari terrieri e l’introduzione di innovazioni tecniche, tra le quali l’aratro con il vomere in ferro.
Il proletariato urbano
Il processo di “recinzione” al quale accennavamo prima, detto anche enclosure, è quello regolamentato tra il 1760 e il 1819 (con più di 3.500 decreti legge) in base al quale oltre 600 mila ettari di terra furono recintati con siepi o palizzate.
Si trattava di pascoli comuni, terre incolte e piccoli lotti che un parlamento presieduto dai proprietari terrieri tolse all’agricoltura di sussistenza delle comunità di villaggio, riunendoli in unità colturali più grandi e produttive e favorendone l’appropriazione da parte di singoli proprietari o affittuari.
A questo punto l’accresciuta produttività agricola e dunque la minore richiesta di manodopera provocarono l’allontanamento di molte persone dai campi: masse rurali costrette ad abbandonare le campagne per il venir meno delle terre comuni. E questo flusso di lavoratori si riversò nei centri manifatturieri alimentando la formazione del cosiddetto proletariato urbano.
Il fenomeno si accrebbe poi anche in seguito al forte incremento demografico reso possibile dalle migliori condizioni alimentari e sanitarie, che abbassarono il tasso di mortalità. Le epidemie infatti divennero meno frequenti ed aggressive, mentre alcune malattie scomparvero del tutto grazie alla diffusione di pratiche igieniche, all’attenzione riservata alla potabilità dell’acqua, alla costruzione di sistemi fognari efficienti.
La rivoluzione dei trasporti
La rivoluzione dei trasporti affiancò quella industriale e maturò attraverso una lunga serie di miglioramenti intervenuti nella viabilità, ma ricevette l’impulso definitivo dalle nuove esigenze di scambio e dalla possibilità di usufruire di mezzi meccanici.
A partire dai primi anni del 1700 vi erano già stati miglioramenti nel settore stradale, dietro la spinta di interessi militari. Nella seconda metà del secolo ci si preoccupò di predisporre un manto stradale idoneo al transito dei carri e delle diligenze: a questo scopo l’innovazione più importante risultò essere la massicciata di Mac Adam costruita con schegge di pietra compresse da una macchina schiacciasassi e cementate da sabbia. Questo nuovo sistema diffuso in Inghilterra nei primi decenni del XIX secolo, permise un notevole risparmio di tempo nelle comunicazioni, tanto che una diligenza riusciva a compiere in un giorno il percorso da Londra a Manchester, anziché i cinque giorni necessari sulle strade tradizionali. Tuttavia le merci voluminose e pesanti non deperibili e di scarso valore unitario non riuscivano a sostenere il costo del trasporto terrestre, furono così potenziate anche le vie d’acqua sia marittime che fluviali.
La forza del vapore fu applicata alle navi fluviali a partire dal 1807, dopo che “Clermont”, battello a ruote costruito in America da Robert Fulton risalì l’Hudson da New York ad Albany percorrendo 240 chilometri in 32 ore, contro le 170 ore impiegate dalle imbarcazioni a vela.
Ben presto la nave a vapore fu in grado di solcare i mari: ciò avvenne per la prima volta con la “Savannah” che attraversò l’Atlantico dagli Stati Uniti all’Inghilterra.
Nelle comunicazioni terrestri fu la ferrovia la vera protagonista della rivoluzione dei trasporti, grazie alla combinazione tra la locomotiva a vapore e le rotaie in ferro. La locomotiva dopo vari perfezionamenti fu pronta ad essere adoperata per i trasporti su rotaia nel 1825 sulla linea Stockton-Darlington. In pochi anni la Gran Bretagna assistette alla costruzione di una vasta rete ferroviaria che collegava le città e soprattutto i centri industriali con i porti e i distretti minerari.
Anche negli Stati Uniti le ferrovie conobbero un grande sviluppo tra il 1830-50 e in un Paese così esteso esse implicarono una funzione geografica di graduale conquista e valorizzazione economica dei territori interni. Le ferrovie furono determinanti anche per la nascita e la crescita di numerosi centri abitati e per la localizzazione di nuovi centri di localizzazione industriale.
Ma di questo parleremo la prossima volta …
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Bibliografia:
P. Mantoux, La rivoluzione industriale, Editori Riuniti, 1971
B. Willey, La cultura inglese del Seicento e del Settecento, il Mulino editore, 1975
Deane Phyllis, La prima rivoluzione industriale, il Mulino editore, 1990

=== Continua ===

Fonte: http://www.cittalia.it/index.php

Tag: storia delle città

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