BOLOGNA CITTA' LIBERA DALL'INDIGENZA
LA CRISI
La crisi dell'economica reale
(seguita a quella finanziaria) è entrata nel suo periodo più
virulento; le sue dimensioni, non sono frutto di ipotesi
catastrofistiche (non trattandosi di un fenomeno congiunturale), ma
rappresentano una drammatica trasformazione strutturale di un
sistema di produzione, prodotta dalle ricette liberiste degli
ultimi 20 anni basate su riduzione constante dei salari,
precarizzazione, esternalizzazioni, delocalizzazioni e ovviamente
finanziarizzazione dell'economia.
Anche il territorio bolognese che un tempo era riuscito ad arginare
altre situazioni di crisi è stato duramente colpito e nei prossimi
mesi la crisi colpirà ancora di più il tessuto produttivo della
nostra provincia.
Le riposte non possano essere delegate solo all'assistenza sociale,
ma vanno ricercate, in un contesto cittadino, regionale e
nazionale, attraverso misure che predispongano le condizioni
finanziarie per fare fronte alle diverse situazioni di
criticità,
Il problema quindi è la redistribuzione del reddito, pertanto
gli interventi delle Istituzioni pubbliche non possono essere
ancora orientati a sostenere esclusivamente le imprese e gli
istituti bancari. La Regione Emilia-Romagna deve varare una legge
che istituisca il reddito sociale minimo (cosa che non ha fatto
nelle ultime due legislature): si tratta di uno strumento per
armonizzare ed incrementare gli interventi diretti a garantire
accesso ai servizi e integrazione al reddito per le fasce più
deboli colpite dalla crisi e dai processi di precarizzazione.
Questo per non essere sempre subordinati a una riforma degli
ammortizzatori sociali, da anni annunciata annunciata e mai
predisposta da tutti gli ultimi governi di centro sinistra e di
destra.
I provvedimenti che il Comune di Bologna ha già adottato sulle
tariffe degli asili e delle rette delle refezioni scolastiche e per
una convenzione con le banche per anticipare le quote di cassa
integrazione guadagni erogate dall'INPS per i lavoratori colpiti da
provvedimenti di sospensione dell'orario di lavoro sono un primo
passo. BCL si impegna per allargare la fascia di abbassamento delle
tariffe anche per i servizi erogati dalle aziende a partecipazione
pubblica (Hera, ATC, ecc.)
Ci sono però altri interventi che noi proponiamo:
Il Municipio che noi vogliamo deve svolgere un ruolo attivo affinché, in una situazione di estrema difficoltà economica per tanti cittadini e cittadine, si possano sviluppare forme di solidarietà, auto-aiuto, e mutuo soccorso (nell'alveo delle migliori tradizioni del nostro territorio, con i necessari rinnovamenti messi in relazione alla realtà attuale). Le lavoratrici e i lavoratori, i precari, i disoccupati, i pensionati e le famiglie bisognose non devono sentirsi mortificati per la crisi economica dilagante. La lezione di Francesco Zanardi (il Forno del Pane comunale, l'Ente Autonomo Consumi di Bologna, che, in piena guerra, garantì ai cittadini l'acquisto di generi alimentari a prezzi controllati, spacci comunali per la vendita diretta al pubblico di generi di prima necessità, il ristorante proletario della Sala Borsa) insegna che non bisogna vergognarsi della povertà che l'economia globalizzata e le scelte della speculazione internazionale hanno prodotto. Un municipio democratico deve dare speranza e lavorare per migliorare le condizioni di vita delle persone in difficoltà.
Quindi non inventiamo niente di nuovo, anzi questi riferimenti storici possono essere utili per comprendere quello che noi oggi proponiamo.
STESSO LAVORO STESSI DIRITTI
E' possibile
vivere in una città ricca e far finta di nulla, sapendo che in
alcune zone della sua periferia si tiene una vera e propria tratta
delle braccia?
Si pensava che il fenomeno del caporalato fosse una caratteristica
del nostro meridione negli anni Cinquanta e Sessanta, e invece è
spuntato nella Bologna del terzo millennio e coinvolge tanti
lavoratori migranti clandestini che, ogni mattina, vengono
reclutati per strada e portati a sgobbare per pochi euro a giornata
nei cantieri edili della città.
Altro aspetto preoccupante è l'alto numero di morti bianche,
infortuni, malattie professionali: l'Emilia Romagna e Bologna si
collocano ai vertici nazionali dell'infausta graduatoria degli
incidenti determinati dall'insicurezza del lavoro.
In una serie di ispezioni avvenute a Bologna, in questi anni, il
50% delle imprese nel settore delle costruzioni è risultato
irregolare, il rapporto di lavoro di un terzo dei lavoratori è
risultato essere anomalo: lavoro nero, lavoratori non registrati,
pagati fuori busta, falsi rapporti a tempo parziale, pseudo
artigiani. Sono state riscontrate anche violazioni penali in
materia di occupazione di lavoratori immigrati clandestini, di
intermediazione di manodopera, di tutela dei minori.
Tutele e garanzie sono un miraggio anche per tanti giovani che,
nella nostra città, entrano nel mercato del lavoro. La maggioranza
delle nuove assunzioni avviene in collaborazione, a part-time, a
termine, in affitto, in apprendistato, in cooperativa, in
subappalto.
Nella web economy, nelle catene commerciali, nei call center, nei
servizi e nelle fabbriche la nuova generazione di lavoratori è
fatta di precari, parasubordinati, interinali.
Una precarizzazione che è arrivata fino all'interno degli Enti e
dei Servizi pubblici, dove la legge 30 la fa da padrona rispetto ai
nuovi rapporti di lavoro che l'amministrazione comunale ha
attivato.
Anche sul terreno dell'occupazione, con la crisi, la situazione sta
diventando molto grave: precari e lavoratori con contratti a
termine sono già a casa. La situazione economica delle aziende
dell'automotive, del motociclo (-40% di produzioni), dei veicoli
industriali (in alcuni settori anche -60%) e autobus, è drammatica.
Sono 426 le aziende metalmeccaniche che utilizzano la cassa
integrazione ordinaria. Aziende che occupano 22.558 addetti (16.842
cassintegrati), a cui si aggiungono 800 lavoratori di 170 aziende
artigiane.
Non è vero, come dicono alcuni, che il Comune, in materia di
lavoro, non ha nessuna competenza.
In primo luogo, può intervenire a livello di politiche industriali
e, in questo momento, sostenere processi di riconversione
produttiva verso il risparmio nergetico e la tutela dell'ambiente
diventa strategico per la città.
Sulla prevenzione, l'Amministrazione potrebbe rendere
effettivamente funzionante il Comitato Provinciale di Coordinamento
sulla Sicurezza e sulla Salute nei luoghi di lavoro (istituito
dall'art.27 della Legge 626).
Dovrebbe poi promuovere la costituzione di una vera e propria
Authority degli appalti, con il compito di fungere da struttura di
controllo e di sanzione, e di promuovere un'anagrafe obbligatoria
per le aziende che operano sul territorio bolognese. L'azione
dell'Authority dovrebbe riguardare, all'inizio, i settori
dell'edilizia e degli appalti pubblici, per poi raggiungere, nel
medio periodo, la totalità degli appalti, anche nei settori della
produzione industriale che ormai vivono le stesse dinamiche
dell'appalto/sub-appalto edile.
Per quanto riguarda gli appalti pubblici, sia di opere che di
servizi, vanno escluse quelle aziende che hanno alte percentuali di
infortuni sul lavoro e che non rispettano le normative contrattuali
nei confronti dei dipendenti. Questo comporta, fra l'altro, un
rafforzamento delle capacità di controllo pubblico, adeguando
strutture e personale.
A fronte di tutto ciò e del rischio di un aggravamento senza limiti
e senza regole delle condizioni del lavoro, anche il sistema degli
enti locali deve scegliere da che parte stare. La stabilizzazione
dei rapporti di lavoro precario dev'essere uno dei principali
obiettivi di un governo di sinistra.
Per difendere il servizio pubblico vanno tutelati e valorizzati i
dipendenti pubblici; un'amministrazione comunale che vuole avere
una connotazione avanzata deve impegnarsi a non applicare la Legge
30, occorre recuperare anche negli enti locali forme di stabilità e
garanzia per un lavoro ormai fortemente precarizzato.
Nei confronti dei così detti “nuovi lavori” occorre garantire una
nuova serie di diritti – individuali e collettivi – sancendo e
finanziando il diritto alla formazione permanente, promuovendo la
tutela dei cittadini nel mercato del lavoro, riducendo il peso
fiscale per chi inizia la propria attività, garantendo la tutela
della salute e la cura di sé, la maternità e paternità, la
continuità della contribuzione previdenziale.
Vanno contrastate la precarizzazione crescente del lavoro, le
logiche mercantili e di profitto nella produzione e gestione dei
servizi pubblici, potenziando in forme nuove e partecipate il ruolo
imprescindibile dell'ente pubblico, proponendosi nuove relazioni
produttive per la valorizzazione stabile dell'impresa a finalità
sociale, accogliendo nella produzione e gestione dei servizi le
potenzialità offerte dalla società locale (volontariato,
associazionismo, cooperazione sociale) e promuovendo nuove forme
lavorative (oltre la legge 30) che garantiscano stabilità
contrattuale; individuando forme di democrazia municipale nel
governo e nella gestione dei principali servizi alla persona, a
partire dall'acqua come bene comune pubblico, non mercificabile,
insieme alla tutela della salute e dell'ambiente, all'istruzione,
all'assistenza, alla casa.
SOSTENERE LE ECONOMIE SOLIDALI, L'IMPRESA E LA FINANZA
ETICA
Si parla tanto di crisi, di come uscirne di
quando finirà e se finirà. L'alternativa è possibile agevolando,
promuovendo, attivando attori e forme di produzione e di consumo
che costruiscano nel territorio economie solidali fondate sulla
valorizzazione delle risorse locali. Vanno sostenute imprese a
valenza etica nel campo dell'agricoltura biologica, tipica e
didattica, della cura e del restauro del territorio e della città,
del mutuo soccorso (banche del tempo) della produzione e gestione
di servizi ambientali, sociali, culturali; nell'artigianato, nel
commercio equo, nella finanza etica, nel turismo responsabile,
nella produzione di informazione e di cultura. Occorre promuovere e
sostenere imprese a finalità sociale ed etica (l'attenzione non può
essere rivolta solo alle imprese di profitto), vanno attivati
laboratori sperimentali locali di economia solidale con tutti i
nuovi soggetti del lavoro sociale e etico.
RICOSTRUIRE LEGAME SOCIALE CONTRO VECCHIE E NUOVE
POVERTÀ ED ESCLUSIONE
Il 2010 sarà, per l'Unione
Europea l'”Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione
sociale”. L'Anno europeo 2010 ha quattro obiettivi specifici:
Per Bologna Città Libera questi quattro obiettivi saranno alla
base delle Politiche Sociali della nuova Amministrazione
comunale
In questo modo, BCL intende cancellare la bruttissima pagina della
“Accoglienza disincentivante”, che ha caratterizzato la passata
Amministrazione. Questo è stato l'orientamento degli amministratori
comunali riguardo all'accoglienza che ha aperto una fase di
maggiore igidità nell'accesso ai servizi (per i migranti, per i
senza fissa dimora, per i tossicodipendenti, per gli ex detenuti),
che ha risentito del diffuso clima di diffidenza nei confronti
della diversità e della percezione d'insicurezza da parte dei
cittadini. L'idea forte si basava sullo scoraggiare persone in
difficoltà sociale, attraverso un atteggiamento di chiusura
all'accoglienza, giustificandolo con la scarsità di risorse
economiche di cui soffre il Settore delle Politiche Sociali
dell'Amministrazione comunale.
Al contrario, per noi, il vero processo di autogoverno locale si
può realizzare solo se la coesione sociale non si sgretola per
effetto delle crescenti polarizzazioni sociali in atto, degli
squilibri e disequità tra le condizioni di vita dei cittadini. La
ricostruzione di legame sociale ha come prerequisito una forte ed
ineludibile azione di contrasto delle nuove e delle “vecchie” forme
di povertà, all'origine di gravi fenomeni di esclusione. Per questo
il nostro programma elettorale si basa su una decisa politica volta
alla redistribuzione dei redditi a favore delle fasce meno abbienti
sia con una forte progressività delle imposte e dei tributi, sia
con lo sviluppo dei servizi sociali, ambientali, urbani guidati dal
governo pubblico per la produzione e gestione di beni collettivi;
prevedendo una maggiore valorizzazione del capitale sociale, come
risorsa essenziale nella gestione dei servizi.
PER UNA POLITICA DELL'ACCOGLIENZA CHE NON PARTA DAL
PRESUPPOSTO CHE I “POVERI DISTURBANO”.
Nel corso
dell'ultimo mandato Sergio Cofferati ha i ispirato tanti sindaci in
una montante guerra ai poveri, anziché fare la guerra alla
povertà.
Con la crisi, la situazione sociale di oggi si presenta diversa e
aggravata da quella anche solo di qualche mese fa: si sono prodotte
rapidamente nuove povertà, sono aumentate le fasce di popolazione
locale sotto la cosiddetta “soglia di sopravvivenza”, le
baraccopoli, gli insediamenti abusivi nelle aree industriali
dismesse o in ruderi rurali sono in la manifestazione fisica della
nuova miseria urbana, verso la quale è necessario attivare azioni
rivolte ai problemi che sono alla base di questa grave
indigenza.
Se è obiettivamente difficile per una amministrazione aggredire le
vere cause dell'insicurezza, non per questo gli amministratori
possono affidarsi al collaudato meccanismo del capro espiatorio:
risorsa potente dell'impotenza politica.
Oggi, chi ha creduto e chi crede che la sinistra sia il luogo
naturale dell'umanesimo, della solidarietà e dell'eguaglianza, vive
un periodo di confusione.
Con la nascita del Partito Democratico, si è accelerato un processo
di sfida alla destra con le stesse parole d'ordine della destra,
tipo: tolleranza zero.
Noi invece riteniamo che non si possa rinunciare ai valori fondanti
della sinistra e del cristianesimo sociale, la solidarietà a chi è
in difficoltà, l'aiuto al proprio simile che soffre.
Noi, che ai sindaci-sceriffi preferiamo i sindaci-architetti,
riteniamo più interessanti le tesi di Jaime Lerner, sindaco della
città brasiliana di Curitiba e presidente dell'Unione
internazionale degli architetti che affrontando la questione della
crisi della città e della qualità della vita degli strati sociali
che vivono ai margini propone di avere come mira la solidarietà
(lui la definisce ultimo rifugio), per creare un movimento a favore
delle città in quanto a favore degli individui più deboli. Lerner
sostiene che, come trent'anni fa nacque un movimento a favore
dell'ambiente (e la sua diffusione è riuscita ad aumentare la
sensibilità ambientale), oggi, allo stesso modo, è necessaria una
maggiore sensibilità verso gli ultimi.
Un'altra strada c'è.
Nel dibattito sulla sicurezza nelle grandi città italiane, molti
politici (di centro-destra prima ed ora anche di centro-sinistra)
hanno portato come esempio l'esperienza dell'ex sindaco di New
York, Giuliani, e la sua “teoria del vetro rotto”.
Invece non si parla della realizzazione, nella città della mela,
della rete di rifugi di emergenza e del “Piano per gli homeless di
New York” del sindaco Blomberg che ha l'obiettivo di eliminare la
cronicità della condizione di senza tetto.
Alcuni punti di quel progetto sarebbero di sicura attualità anche
per Bologna:
Su queste basi, con una messa a punto calibrata sulla realtà
sociale bolognese, si dovrebbe porre mano radicalmente al sistema
di accoglienza nella nostra città, seguendo un'indicazione che, da
anni, le associazioni del volontariato sociale portano avanti: la
realizzazione di una struttura per le emergenze sociali che sempre
più frequentemente si verificano nei nostri territori.
In seconda istanza, andrebbe rafforzato il coordinamento e la messa
in rete di tutte le strutture esistenti per l'alloggio temporaneo
(dagli asili notturni, ai dormitori, ai Centri di Prima
Accoglienza). Occorrerebbe lavorare per tempi certi di permanenza e
tempi certi di uscita accompagnata.
Andrebbero poi aperte piccole strutture di “seconda accoglienza”
per facilitare l'inserimento e aiutare le persone al raggiungimento
dell'autonomia. Si dovrebbe poi passare alla fase dell'abitazione
stabile, con la presenza di una rete di solidarietà per i gruppi
più vulnerabili, sia nella fase dell'accesso sia nella fase di
conservazione dell'alloggio.
Siamo consapevoli che si tratta di una “riforma”
impegnativa , che ci vorrà del tempo, che ci vorranno
delle risorse; per favorire questo processo, avanziamo una buona
idea, leggermente "riformista", ma immediatamente praticabile:
l'istituzione di corsi di “alfabetizzazione” per amministratori
locali sui grandi temi delle migrazioni, dell'accoglienza e della
coesistenza etnica. Perché su questo si giocherà, in buona misura,
il grado di civiltà della società futura.
LA CASA E' UNA PRIORITA' SOCIALE
Bologna
Città Libera lancerà una campagna per porre all'attenzione delle
forze politiche e sociali e di tutte le istituzioni locali, il
grave problema dell'emergenza abitativa.
A partire dal prossimo bilancio comunale le politiche sulla casa
devono essere adeguatamente finanziate. In una città moderna
occorre sviluppare diverse oppurtunità di abitare, a seconda dei
desideri, delle esigenze e delle disponibilità economiche, con
azioni conseguenti sul piano politico e amministrativo, in termini
di finanziamenti e di leggi adeguate.
A chi ci chiede come deve diventare Bologna, quali saranno gli
interventi edilizi che dovrebbero caratterizzare la città nei
prossimi anni, noi rispondiamo che, in primo luogo, va privilegiata
l'edilizia sociale (alloggi per l'affitto, strutture di residenza
collettiva per lavoratori e studenti, alberghi popolari), col
criterio che prima di costruire qualcosa di nuovo va recuperato il
patrimonio abitativo pubblico inutilizzato e da ristrutturare (850
alloggi). La partita delle aree militari dismesse va gestita per
sostenere servizi di pubblica utilità, servizi scolastici, spazi di
aggregazione sociale e culturale, superfici di verde attrezzato.
Non c'è più bisogno di edilizia “direzionale”, di centri
commerciali e di mega-aree shopping. Stop al consumo di territorio.
Recupero delle aree agricole comunali per l'incremento delle
attività ortive autogestite (allargando l'esperienza degli orti per
gli anziani ad altre categorie di cittadini).
Altro tema importante è come costruire: ridurre lo spreco
energetico delle abitazioni, sviluppare la bioedilizia in termini
di uso di materiali, produzioni di energia da fonti rinnovabili
(fotovoltaico, ecc.), favorire progetti di autocosruzione e
autorecupero, potenziare i rapporti con le ESCO.
CHI HA GOVERNATO COSA HA FATTO?
Chi è stato
al governo della città di Bologna negli ultimi vent'anni si è
limitato a ragionare sul fatto che il 70% della popolazione
bolognese è rappresentato da proprietari di casa e ha costruito, in
tal modo, un muro di indifferenza nei confronti del restante 30%
che non la possiede.
Oggi, abitare in affitto, piuttosto che una libera scelta, è visto
come una costrizione per chi è nell'impossibilità di comprarsi una
casa.
Il modo sbagliato di guardare all'affitto, nel tempo, ha portato a
considerare questa modalità abitativa come una “scelta di
minoranza”, pertanto si è sviluppata una situazione di canoni quasi
mai corrispondenti alla qualità dell'appartamento; in più, sono
diventate situazioni costanti (non contrastate) contratti
irregolari, rapporti di locazione in nero, clausole contrattuali
penalizzanti.
L'alloggio in affitto, nell'attuale situazione di crisi, potrebbe
diventare invece un fattore positivo, se venisse colta
l'opportunità di inserire dinamiche nuove in un mercato immobiliare
stretto tra povertà e speculazione. Gli interventi pubblici in
questo campo sono stati, però, scarsi e disorganici: si è voluto
favorire il concetto della casa in proprietà (costringendo migliaia
di famiglie a indebitarsi con le banche per una vita), non si è
voluto riconoscere che vivere in affitto dovrebbe essere
riconosciuto come un diritto, per chi si sposta per studio o per
lavoro, per chi esce dalla casa familiare e vuole vivere da solo o
con amici, per chi mette su famiglia, per chi vuole abitare in una
particolare zona della città, per chi non ha i soldi per comprarsi
una casa, o anche, semplicemente, non vuole farlo.
Dalla seconda metà degli anni novanta, la fascia degli esclusi e
dei dimenticati dalle politiche di welfare si è fatta sempre più
ampia: immigrati nuclei familiari monoreddito, giovani coppie,
anziani rimasti soli, giovani senza possibilità di certificazione
del reddito, precari, lavoratori e studenti provenienti da altre
regioni. Tutti questi soggetti, non trovando una adeguate politiche
pubbliche, sono stati spesso costretti a situazioni alloggiative
vergognose che hanno alimentato la rendita speculativa.
E' bene ricordare che a Bologna, oltre alla popolazione residente,
il cui calo, certificato dai censimenti 1991 (404.378
unità) e 2001 (371.217 unità) , si è fermato solo
negli ultimi anni con una piccola inversione di tendenza, ci sono
decine di migliaia di persone (studenti universitari fuori sede,
lavoratori immigrati da altre regioni italiane, lavoratori
immigrati da altri paesi) che vivono in condizioni di precarietà
sempre più preoccupanti.
Se a tutto ciò aggiungiungiamo i progressivi aumenti delle
locazioni (solo nel 2008 del 16%), si è arrivati a una situazione
drammatica, in cui, sul bilancio di una famiglia, il costo
dell'affitto incide dal 50 al 70% sul reddito famigliare. Un peso
insostenibile che ha portato la morosità ad essere la causa
principale degli sfratti. In più, con l'acuirsi della crisi
economica, sono soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati ad
essere colpiti: il 24% delle famiglie sfrattate ha infatti subito
la perdita del posto di lavoro del primo percettore del reddito; il
22% è precario; il 21% è in cassa integrazione.
A fronte di tutto questo, sono oltre 7 mila le famiglie che hanno
fatto richiesta al Comune di Bologna di una casa popolare (con la
capacità di ACER di assegnare in media 400 alloggi all'anno); alla
graduatoria per l'accesso al canone calmierato sono arrivate quasi
2500 domande, mentre il Comune ha assegnato poco più di cento
appartamenti. Al bando per il fondo sociale per l'affitto sono
state presentate 7329 domande, di pari passo sono diminuiti I
trasferimenti governativi per implementare il “fondo”. La
previsione è di circa 550 euro di intervento per ogni avente
diritto, cifra insufficiente a pagare anche un solo mese di affitto
a Bologna. Quindi questa misura è assolutamente inidonea per
aiutare le persone a non cadere in situazioni di sfratto per
morosità.
Per affrontare con misure adeguate il bisogno abitativo a Bologna,
bisogna partire prendendo in considerazione questi dati:
UN PIANO STRAORDINARIO DI EDILIZIA PUBBLICA
Non esiste da tempo un intervento dello
Stato.
E' necessaria una iniziativa politica forte da
parte degli enti locali periferici nei confronti del governo
centrale affinché venga approntato un piano straordinario di
rilancio dell'edilizia popolare, in grado di creare, attraverso
l'opportuno coordinamento di risorse pubbliche e private, le
condizioni per il risanamento di interi quartieri metropolitani e
per il reperimento di abitazioni compatibili con l'ambiente e
caratterizzate da costi sostenibili per le famiglie. E' evidente
che questi provvedimenti non potranno essere imperniati solo su
nuove costruzioni, ma dovranno incentivare l'utilizzo e la
ristrutturazione dell'esistente sempre con riferimento alle
esigenze specifiche delle singole comunità, e amplieranno il campo
di interventi economici integrativi dell'affitto in proporzione dei
bisogni reali.
Gli interventi del Comune sono
insufficienti
Insieme a questa battaglia politica
nazionale vanno prese iniziative a livello locale per intervenire
con tutti i mezzi utili per dare risposte a un bisogno abitativo
crescente. Le risposte date negli ultimi 15 anni dal Comune di
Bologna sono state largamente insufficienti rispetto alla domanda
che, tendenzialmente cresce, a fronte di risorse che,
complessivamente, diminuiscono.
Le risorse per ripristinare il patrimonio pubblico
inutilizzato
Un altro tema fondamentale, in una
situazione già difficile, riguarda il reperimento delle risorse per
le ristrutturazioni e i ripristini degli alloggi ERP da assegnare.
Fino ad ora, questi fondi sono recuperati attraverso gli affitti
degli inquilini delle case popolari. Essendosi modificata negli
ultimi anni la composizione sociale degli inquilini (sono entrati
infatti nuclei famigliari con redditi più bassi) ed essendo
l'affitto proporzionale al reddito, l'introito complessivo annuale
degli affitti sta calando e, quindi, di conseguenza anche le
risorse per ristrutturare gli alloggi da rimettere in circolo. In
più, una buona parte degli introiti degli alloggi ERP che
dovrebbero essere destinati alle ristrutturazioni vengono
indirizzate a spese ordinarie di gestione del Settore Casa.
In questo modo, da qui a pochi anni, si rischia di aumentare il
numero di alloggi che rimangono vuoti perché non ci sono i fondi
per recuperarli (nel corso del mandato Cofferati si è passati dai
643 dell'inizio agli 850 della fine)
Il costo annuale per il ripristino degli alloggi che necessitano di
manutenzione straordinaria è di circa a 7,5 milioni di euro, a cui
vanno aggiunti 5 milioni di euro destinati alla manutenzione
ordinaria. L'importo annuale dei canoni introitati è sui 15 milioni
euro. Almeno tutti questi soldi vanno destinati al recupero degli
alloggi vuoti.
Per Bologna Città Libera, le risorse per il
Settore Casa vanno almeno equiparate a quelle di Comuni della
nostra Regione (come il Comune di Reggio Emilia che nell'ultimo
bilancio ha destinato 8 milioni di euro nel piano investimenti per
le politiche abitative contro i 2 milioni di euro del Comune di
Bologna)
Il tema di un maggiore carico di risorse nelle ristrutturazioni
degli immobili pubblici vuoti per noi è da porre in testa alla
scala delle priorità degli impegni di spesa.
Occorre, inoltre, promuovere e favorire la realizzazione di
progetti di autorecupero e di autocostruzione attraverso la
costituzione di soggetti collettivi, con la possibilità di accedere
a finanziamenti agevolati e la disponibilità dell'Ente locale di
porsi come garante. Vanno recuperare strutture in abbandono,
edifici pubblici e privati attualmente non utilizzati, attraverso
credito pubblico (accesso bandi regionali, credito della finanza
etica ed altre formule alternative ai crediti privati).
Realizzare residenze collettive
Compiere la
scelta degli alberghi popolari, degli studentati, delle residenze
collettive a basso costo (anche di piccole dimensioni), pensiamo
sia un modo intelligente per dare risposte pubbliche a nuove
domande (differenziate) di alloggio. Riteniamo possa essere anche
un contributo per combattere gli "affitti in nero", modificare una
situazione che, da più di trent'anni ha completamente drogato il
mercato dell'affitto privato.
Negli anni scorsi, in diverse occasioni, le organizzazioni di
categoria degli imprenditori locali dichiararono l'interesse di
imprese private a mettere a disposizione fondi per la costruzione
di residenze collettive per i loro lavoratori (soprattutto
stranieri o provenienti da altre regioni), richiedendo la
disponibilità di aree comunali per abbattere i costi di
costruzione. Si dovrebbe verificare se si è trattato di uno dei
bluff a cui ci hanno abituato i costruttori o se siamo in presenza
di una reale disponibilità.
Per rimettere in circolo, in maniera "calmierata" buona parte del
patrimonio privato sfitto o affittato in nero, vanno concretizzati
degli interventi: per togliere "clienti" agli strozzini degli
alloggi attraverso la realizzazione di strutture collettive, dove
chi viene a Bologna temporaneamente per lavorare o per studiare
abbia la possibilità di trovare un alloggio senza dovere sottostare
allo strapotere della rendita parassitaria.
Benvenuto in
Bologna Città Libera
© 2010 Creato da Marco Trotta