1,59 %, 3.625 voti. Il responso elettorale per BCL è negativo. L’operazione politico-culturale è andata altrettanto male. È andata male per “come” è stata condotta. Le considerazioni via
mail di Franco “Bifo” Berardi sono come di consueto arricchenti e stimolanti, ma semplicemente collaterali alla reale fenomenologia che va con lucidità e completezza analizzata a breve.
Nel frattempo, alcune “cose” vanno dette.
Giacobinismo ed
autoreferenzialità sono i primi limitanti impedimenti al percorso intrapreso da BCL. L’amalgama è stato – ostentatamente – evitato. Alcune
rigide opzioni hanno – di fatto – alienato il valore aggiunto indotto dalla possibile creativa integrazione di storie e culture politiche in grado di affrontare risolutivamente i problemi della “città”, di parlare a tutti, soprattutto agli incerti, tanto critici quanto realmente pronti ad “assaporare” il “nuovo” spirito comunitario (l’entusiasmo e la passione di Mario Bovina sono la cartina da tornasole di ciò nelle stesse fila di BCL).
Il proprio sguardo si è rivelato strabico: BCL guarda lontano, ma si muove, in via esclusiva, sul proprio “simbolico trasformativo”, poco considerando l’immaginario di massa; un “altrove” agognato dal "soggetto" non ha nulla a che fare con l’utopia possibile. Certo, senza soldi non si fa molto, ma senza umiltà e capacità di tangibile ascolto ancor meno. “Capi bastone” e presuntuosi “sergenti di giornata” cacciatori di “voti”, confusi quest'ultimi per “consenso”, mai hanno pensato alla “coscienza” (che molto riguarda “conoscenze”, “apprendimenti”, “critica”, “comportamenti”) ed ai modi coerenti di essere delle cittadine e dei cittadini bolognesi pronti al “cambiamento” se non al “rivoluzionamento”;
bastava parlare un linguaggio comprensibile a tutti, non un gergo ristretto, praticare un sistema di relazioni ampio, non una convenzionalissima “alternativa di costume”. I tanti (troppi) “approcci pseudocreativi” alla politica sono stati letteralemente fuoriluogo, dannosi interruzioni di progetti ed iniziative che meglio di altre amenità sono “dentro” le contraddizioni delle metropoli.
Ho visto ilarità, mai ironia socratica. «L’ironia è l’interrogazione diretta allo scopo di svelare all’uomo la sua ignoranza, di gettarlo nel dubbio e nell’inquietudine per impegnarlo nella ricerca. L’ironia è il mezzo per svelare la nullità del sapere fittizio, per mettere a nudo l’ignoranza fondamentale che l’uomo nasconde anche a se stesso cogli orpelli di un sapere fatto di parole e di vuoto. L’ironia è l’arma di Socrate contro la boria dell’ignorante che non sa di essere tale e perciò si rifiuta di esaminare se stesso e di riconoscere i propri limiti. Essa è la scossa che la torpedine marina comunica a chi la tocca e difatti scuote l’uomo dal torpore e gli comunica il dubbio che lo avvia alla ricerca di se». L’ironia socratica, dunque, «scuote l’uomo»; essa è una specie di scarica elettrica simile a quella della «torpedine marina». Oggi con l’ilarità e l’emarginazione dell’ironia abbiamo contribuito a desertificare il panorama sociale frequentando l’avanspettacolo e l’attorialità. Fuoriluogo. Aver
snaturato un’esperienza collettiva di questo tipo, è ciò che maggiormente punge.
Spero che “colonnelli” e “presenzialisti” facciano ora – pacificamente – un passo in dietro e la modestia delle idee e dell’operare socio-politico, le sensibilità pre-politiche, etiche, possano emergere – alla luce dei fatti - senza essere emarginate o fagocitate, possano e sappiano gestire la “penuria” organizzativa che alcuni lasciano in eredità, prendendo su di sé responsabilità (che molto riguarda “affidabilità”, “consapevolezza”, “direzione”) grandi per dare gambe ed orizzonte reale all’utopia di territori liberi.
Si pensi all’Emilia Romagna, al 2010. Da subito. Un percorso da mettere in cantiere, un obiettivo da non sbagliare. Tante debolezze messe insieme non mutano in forza, evidentemente; le debolezze di un
sistema di relazioni che non è stato innescato, creato, sviluppato – come doveva essere fatto -, laddove la “crisi” ed il disgusto per i partiti di potere hanno creato opportunità e desiderio di libertà. La gestione quasi privatistica, microlobbistica, a trazione anteriore d’una avanguardia intellettuale un po’ retrò e pseudopragmatica ha mostrato fragorosamente i suoi limiti. Altro è "autonomia", sul terreno della politica.
Insisto, limiti di “ascolto”, di dialettica reale, limiti dovuti alla testardaggine di cercare solo “conferme” (quasi infante in cerca della mamma) piuttosto che smontare il giocattolo dello “stare bene tra noi”, che negare a sé stessi verità già sperimentate, scontate, rassicuranti, obsolete, per andare oltre la dimensione tribale.
La microcomunità di BCL si è misurata non con la “città”, ma con se stessa, distante dai cittadini bolognesi in carne ed ossa.
Non c’è forza futurista nell’antagonismo retorico e simbolico. L’anima pseudocreativa ha avuto il sopravvento, ha calcato la mano come se fosse spettacolo, ha trasformato il candidato Sindaco in “icona”; spero ora – coloro che hanno avuto spazio, occupato spazi e gestito le leve della comunicazione e dell’iniziativa pubblica di BCL – si facciano da parte visto il non lieto fine. GD
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