
Anche se il Governo e i suoi ministri hanno deciso di dichiarare terminata la crisi economica, i dati che presentiamo in questo articolo parlano di una situazione gravissima dal punto di vista sociale con molte probabilità che, nei prossimi mesi, ci sia un ulteriore peggioramento.
“L'impatto della crisi sul versante occupazionale deve ancora dispiegare fino in fondo i suoi effetti…”. A sostenerlo non è qualche comunista o sindacalista incazzato, ma l’Uniocamere dell’Emilia Romagna in un “rapporto sul Lavoro” presentato il 10 dicembre scorso.
Rimanendo sempre lungo la via Emilia, il sindaco di Piacenza Reggi ha pubblicizzato il provvedimento di taglio del 10% della tariffa dei rifiuti con queste parole semplici, ma molto chiare:
“Questo sforzo dell’amministrazione comunale arriva in un momento delicatisssimo. L a crisi da noi è arrivata dopo ma sta mordendo ed il mio metro di misura sono le tante persone che ogni giorno salgono lo scalone del Comune per venire a chiedermi di trovare loro una occupazione”.
Se gli “ottimisti del governo Berlusconi” possono non credere ai dati provenienti dall’Emilia-Romagna, zona troppo “rossa” per essere attendibile, cosa diranno di fronte alle cifre fatte uscire dall’Istat lo scorso 1° dicembre sulla situazione italiana?
Infatti, in ottobre, si sono persi 39 mila posti lavoro e il tasso di disococcupazione è salito all’8%. Nello stesso mese, il numero di occupati in Italia è diminuito di 284 mila unità rispetto all’ottobre 2008. Nel nostro paese, il numero di persone che cercano un posto di lavoro è salito di 236 mila unità rispetto al mese di ottobre dell’anno passato.
Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 26,9 per cento, segnando un aumento di 4,5 punti percentuali rispetto a ottobre 2008. Il numero di inattivi, cioè di coloro che non risultano né occupati né in cerca di occupazione, in età compresa tra 15 e 64 anni, è pari a 14 milioni 741 mila unità, con una variazione del +1,4 per cento (+210 mila unità) rispetto a ottobre 2008.
Secondo l’Osservatorio dell’Inps sulle ore autorizzate di cassa integrazione, nel 2007 le ore autorizzate di cassa integrazione sono state 164,5 milioni. Lo scorso anno sono arrivate a 192,4 milioni, mentre nei primi 11 mesi del 2009 sono schizzate a 816,3 milioni. Le ore di cassa integrazione, che “normalmente” erano attorno a 15-20 milioni al mese, ora sono stabilmente attorno a 80-100 milioni al mese.
L’osservatorio trimestrale sulle crisi d’impresa segnala un’impennata di fallimenti e concordati preventivi nel terzo trimestre del 2009. E la
Banca d’Italia, nel suo
Rapporto sull’Economia delle Regioni Italiane, non lascia margini di ottimismo:
“Nei prossimi mesi le prospettive occupazionali potrebbero aggravarsi in tutte le aree geografiche, soprattutto nell’industria, anche per il progressivo esaurimento dei massimali per l’utilizzo della Cassa integrazione”.
Anche qualche voce autorevole del mondo contrapposto a quello dei lavoratori, pensa agli “auspici ottimisti” profusi dagli esponenti del governo (“la crisi è alle spalle, è finita, è ora di ricominciare a pensare alla crescita”) come ad una sequela di boutade propagandiste. Per esempio, uno degli esponenti di spicco di Confindustria,
Guidalberto Guidi, proprietario di Ducati Energia e presidente dell’Anie (l’associazione che riunisce le industrie elettromeccaniche) qualche giorno fa durante una conferenza all’Università di Padova ha dichiarato:
“Meglio che i giovani pensino di andare all’estero. In Italia non ci sarà lavoro per i prossimi anni né per i giovani, né per i vecchi, né per le persone di mezza età. Il 50% del settore manifatturiero italiano è destinato a scomparire e il 2010 sarà un anno durissimo. Questa non è una crisi, ma una mutazione genetica…”.
Se vogliamo, poi, dare un’occhiata a quello che sta avvenendo nel mondo, nell’ultimo
Rapporto dell’ILO (International Labour Organization – ramo dell’ONU), dal titolo “
Mondo del Lavoro 2009: la crisi globale dell’occupazione e oltre”, si parla di 40 milioni di posti di lavoro a rischio in un futuro prossimo. Non a caso il direttore dell’istituto dell’ONU,
Raymond Torres, afferma che non dovrebbero essere sospese troppo presto le misure di sostegno in risposta alla crisi altrimenti “
assisteremo impotenti all’aumento significativo della disoccupazione e del lavoro part-time, la crisi non è ancora superata e un’interruzione prematura delle misure di sostegno potrebbe ritardare di anni il ritorno positivo dell’occupazione”.
Ma in questo terribile 2009 a diventare “esuberi” non sono stati solo gli operai metalmeccanici della Antonio Merloni di Fabriano e di Nocera Umbra, gli operai delle catene di montaggio della Fiat di Termini Imerese e dell' Alfa Romeo di Arese, i lavoratori siderurgici della Dalmine, le tute blu specializzate nel distretto bresciano dei tondini, i metallurgici dell' Alcoa o gli operatori di call center del gruppo Eutelia-Omega-Phonemedia, anche 20 mila posti di lavoro nell' information technology sono saltati.
E così, di fianco alle tute blu, a perdere il posto di lavoro sono sempre più spesso anche i cosiddetti “colletti bianchi”, due esempi su tutti nella nostra regione: i progettisti della Caterpillar di Minerbio e gli impiegati degli stabilimenti della Marazzi Group di Reggio Emilia e di Modena.
Stando ai dati presentati dall’assessore al lavoro della Provincia di Bologna Graziano Prantoni, sono 1500 le aziende in crisi nel territorio bolognese e 35 mila i lavoratori che hanno utilizzato ammortizzatori sociali. Ai tavoli di trattativa della Provincia sono passate 187 aziende, il 50% delle quali sono piccole imprese. La situazione peggiore è quella del circondario imolese (42% di aziende in crisi sul totale del tessuto produttivo), poi ci sono i paesi della cintura di pianura (22%), Bologna città è al 19%, la montagna al 17%. I disoccupati, iscritti ai Centri Provinciali per l’Impiego (CIP), a settemre 2009, sono 56.542, un 18% in più rispetto al gennaio 2009. Negli ultimi nove mesi sono stati più gli uomini a perdere il lavoro rispetto alle donne. La maggior parte dei disoccupati risiede a Bologna (40%), a seguire il circondario imolese (13,3%), il resto è equamente diviso tra pianura e montagna. Dopo Bologna, i due comuni più colpiti dalla disoccupazione sono Minerbio (con l’11,6% del totale dei disoccupati della provincia) e Zola Predosa (anch’esso con l’11,6%)
Per quanto riguarda il territorio modenese, la situazione si sta appesantendo nelle imprese con meno di 50 dipendenti. Infatti, dal 2006, hanno perso il 24%, produzione e i fatturati sono al livello del 2003. Secondo l'Ufficio studi di Cna che ha stilato il rapporto, a poco più di un anno dallo scoppio della crisi, la ripresa è lontana anni. I dati emersi dalla ricerca riportano l'economia modenese quanto meno ai livelli di sei anni fa, se non più indietro. Questo significa che ai ritmi di crescita del 2007, quando la produzione fece un balzo del 3,2%, servirebbero più di otto anni per ritornare alla produzione del 2006.
Per il presidente del Cna di Modena,
Luigi Mai, la ripresa
"sarà lentissima: questo determinerà un processo di selezione doloroso e difficile, che produrrà effetti molto preoccupanti sui livelli occupazionali".
Ha destato quasi stupore la notizia di qualche giorno fa sulla Gambro-Dasco di Medolla (in provincia di Modena), azienda leader del settore biomedicale nella produzione di apparecchiature per emodialisi che conta circa 800 dipendenti e fa parte del Gruppo multinazionale svedese. Da settembre, la Rsu aspetta di conoscere il progetto industriale per i prossimi anni promesso dalla direzione aziendale, ma anche nel recente incontro del 3 dicembre non sono emersi elementi chiari sul sito produttivo di Medolla. La Rsu ha perciò deciso di indire uno sciopero per ribadire l'assoluta contrarietà a eventuali tentativi di ridimensionamento del sito produttivo modenese.
Per quanto riguarda lo strumento più utilizzato in tutti questi mesi, la Cassa integrazione, sta raggiungendo picchi talmente elevati che all'Inps di Bologna i dipendenti sono costretti a fare gli straordinari: anche di sabato e domenica per far fronte alle richieste.
Si tratta degli addetti al sistema di copertura della cosiddetta “Cassa integrazione in deroga”, ampliata con l' accordo Stato-Regioni alle piccole aziende che prima ne erano escluse.
Secondo il direttore generale del’INPS Greco, le domande di CIG sono cresciute a ritmi vertiginosi. Solo in provincia di Bologna sono passate dalle 1.269 ricevute tra gennaio e il 30 settembre alle 1.611 del 31 ottobre, con più di 4.600 lavoratori coinvolti, mille in più rispetto al mese prima. Ad essere travolte sono soprattutto le imprese artigiane.
La zona dove della cassa integrazione ordinaria e straordinaria ha avuto l’impatto più dirompente è quella del circondario imolese: dall’inizio dell’anno a fine ottobre è aumentata del 447%. In ore, a settembre 2009, si è arrivati a un massimo di 364.418, quando in tutto il 2008 erano state 326.324.
In questo contesto, è sempre più incerto il destino dei 342 lavoratori della CNH che si trovano in cassa integrazione speciale: durante l’incontro che si è tenuto nei giorni scorsi a Roma, i dirigenti del FIAT Group hanno ribadito la volontà di smantellare la produzione. L’interessamento della Micro-Vett per utilizzare lo stabilimento di Imola per la produzione di veicoli elettrici assomiglia ancora a un’ipotesi alquanto aleatoria. E, in tutti i casi, questa eventuale riconversione produttiva non servirebbe a dare un lavoro a tutti i lavoratori attualmente in CIG.
Altra provincia della regione dove la cassa integrazione ha avuto le caratteristiche dello stillicidio è Ferrara: le ore di CIG autorizzate nel mese di novembre, su ottobre, sono aumentate del 19% (in Italia siamo a un più 5%): è il secondo dato più
alto di sempre. Si tratta soprattutto di cassa straordinaria (la quota è di 595 mila ore su un totale – ordinaria e straordinaria - di 826 mila ore). La cassa integrazione in deroga (i casi Coopser e Trw sono quelli più eclatanti) ha coinvolto invece 1.243 lavoratori.
Un altro dato dato significativo è questo: la CIG, tra gennaio e novembre, in provincia di Ferrara, incide per 66 ore, mentre il dato nazionale si ferma a 47 ore. E’ il settore metalmeccanico quello più colpito dal fenomeno: infatti, e i due terzi dei lavoratori del comparto sono interessati a misure di cassa integrazione.
Di fronte a tutto ciò, la Finanziaria 2010, proposta dal Governo, non fa nulla per il lavoratori dipendenti e per i precari, salvo piccole elemosine per chi il lavoro lo ha perso. Le misure anti-crisi degli enti locali sono assolutamente insufficienti rispetto ai bisogni che si sono espressi in questi mesi.
Le lotte di “resistenza” che lavoratori ed RSU mettono in campo si concludono “positivamente” se alla fine riescono a strappare sei mesi in più di cassa integrazione.
Un obiettivo come il blocco dei licenziamenti che è alla base dello sciopero generale di oggi nella nostra provincia è giusto, ma la difesa del reddito di lavoratori, precari, disoccupati deve emergere con più forza. E’ paradossale che sui soldi dati alla FIAT per gli incentivi alla rottamazione (mentre la stessa Fiat dichiara di voler dismettere la produzione allo stabilimento di Termini Imerese, per trasferirla all’estero, o non volere più produrre alla CNH di Imola) non dica niente nessuno, quando con gli stessi soldi si potrebbero sostenere Leggi regionali per il reddito o il salario garantito.
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