Mi sembra di aver capito che la commissione giudicatrice, nel dare il premio Nobel a Barak Obama, abbia commesso uno svarione senza precedenti. In effetti, quando la cosa fu annunciata, non fui tra coloro che si buttarono immediatamente a criticare. Critico ero stato nell'occasione del conferimento del Nobel per la Pace a Mohammed Yunus., «Il banchiere dei poveri». Lui lo avrebbe meritato per l'economia e, assegnandoglielo per la pace, gli accademici avevano in qualche modo tappato il buco nella loro coscienza. Quest'anno sono state le circostanze temporali a burlarsi del meccanismo del premio. In effetti, tre giorni dopo l'annuncio del Nobel per la pace ad Obama, turchi ed armeni annunciavano l'avvio di trattative di pace, mettendo sul tavolo il genocidio del 1915 e le questioni territoriali ancora in sospeso. Tre giorni, maledizione! E mi sa che l'anno prossimo, se non succede qualcosa di particolare, lassù saranno in pochi a ricordarsi di questo passo dalla portata storica.
E Obama? Anche lui rappresenta un qualcosa dalla portata storica: primo presidente non bianco, e presidente democratico e non guerrafondaio come i Bush e i circoli neoconservatori che li appoggiavano. Anche il modo della sua campagna elettorale, basata sul coinvolgimento della gente, autorizzava speranze e fiducia come da tempo più non accadeva. Dunque un premio Nobel a credito, potremmo dire. È lo stesso premiato ad ammetterlo esplicitamente nel discorso tenuto a Oslo in occasione della manifestazione ufficiale: « Rispetto ad alcuni giganti della storia che hanno ricevuto questo premio – Schweitzer e King, Marshall e Mandela – le mie conquiste sono minime. E poi nel mondo ci sono uomini e donne che sono stati imprigionati e battuti nella loro ricerca della giustizia; e quelli che si impegnano allo stremo nelle organizzazioni umanitarie per alleviare le sofferenze; e i milioni di persone i cui silenziosi atti di coraggio e di compassione riescono a toccare perfino i più cinici. Non posso controbattere niente a coloro che trovano questi uomini e queste donne – alcuni noti, altri sconosciuti tranne che a coloro che essi aiutano – di gran lunga più meritevoli di questo onore di quanto possa esserlo io».
Qui ci poteva – e forse ci doveva – essere la svolta del discorso. Chessò! La devoluzione della somma ad una neocostituita fondazione per la pace; la nomina di uno staff ad alto livello per concorrere alla mediazione fra turchi ed armeni; l'annuncio di un percorso di depotenziamento dei conflitti armati in cui sono coinvolti gli Stati Uniti...
Niente di tutto questo. Obama ha rispolverato quel concetto di «guerra giusta» che solo può condurre, a suo dire, ad una «pace giusta». Difettando di cultura storica, come in genere capita agli americani, Obama tira in ballo Hitler: «Un movimento non violento non sarebbe riuscito a fermare le armate di Hitler». Vero? Falso? Solo antistorico.
Perché soltanto dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale fu pronunciato quel «Never more» (mai più) il cui spirito generò la Carta delle nazioni Unite, nel cui preambolo leggiamo: « Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti, a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà, e per tali fini a praticare la tolleranza ed a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti di buon vicinato, ad unire le nostre forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ad assicurare, mediante l’accettazione di principi e l’istituzione di sistemi, che la forza delle armi non sarà usata, salvo che nell’interesse comune, ad impiegare strumenti internazionali per promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli, abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini. In conseguenza, i nostri rispettivi Governi, per mezzo dei loro rappresentanti riuniti nella città di San Francisco e muniti di pieni poteri riconosciuti in buona e debita forma, hanno concordato il presente Statuto delle Nazioni Unite ed istituiscono con ciò un’organizzazione internazionale che sarà denominata le Nazioni Unite».
Dello stesso spirito è figlio l'articolo 11 della nostraCostituzione: « L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
In quel "ripudia" c'è molto di più, in termini semantici, di quanto avrebbe potuto esserci in espressioni simili come "rifiuta" o "condanna". "Ripudiare", nel suo etimo latino, significa prendere a pedate, come si fa con qualcuno o qualcosa che ha messo a dura prova la nostra capacità di sopportazione e con cui si ritiene venuto il momento di farla finita. Il fatto che «L'Italia ripudia la guerra...» non è soltanto una condanna o un rifiuto. Significa che la guerra ha avuto un ruolo fin troppo presente nella vicenda nazionale e nella formazione della relativa coscienza; ruolo i cui esiti infausti sono talmente sotto gli occhi di tutti, che è arrivato il momento di espellere dalla nostra comunità la guerra dopo averci troppo a lungo coabitato.
«Scacciati senza colpa / andiam di terra in terra / a predicar la pace / ed a bandir la guerra". – avevano cantato nel 1895 i versi dell'anarchico Pietro Gori(1). Versi anticipatori, a diciannove anni dalla prima delle due grandi tragedie del XX secolo. Semanticamente molto vicini, il bando e il ripudio: contengono l'espulsione di una negatività che ci siamo tenuti dentro fino al momento in cui non siamo divenuti capaci di far con essa i conti.
Fino all'entrata in vigore della Costituzione, analogamente a quanto avveniva in tutto il mondo, il governo italiano aveva un ministero della guerra, il cui nome fu mutato in ministero della difesa in coerenza allo spirito del «never more».
La vulgata su Alfred Nobel vuole che egli abbia istituito i premi che portano il suo nome dopo essersi reso conto dell'immane potenza distruttiva di cui era capace la sua invenzione, la dinamite, maneggiando la quale, era morto suo fratello e il padre aveva perso le gambe. Una sorta di «Never more», dunque: se il passato lo si può comprendere ma non annullare, il futuro lo si può costruire progettando criteri il più vicini possibile all'idea universale di umanità.
Non sono in grado di pronunciarmi sui criteri con cui annualmente vengono assegnati i Nobel per la fisica e per la chimica. Abbandoniamo anche il discorso sull'economia e sulla letteratura poiché si farebbe molto lungo. Anche sul premio per la pace il discorso non sarebbebreve, poiché percorrerebbe l'intera politica internazionale del XX secolo oltre a questo scorcio del XXI. Diciamo comunque che durante le due guerre mondiali il premio Nobel per la pace non fu assegnato, se non alla Croce Rossa Internazionale nei soli anni 1917 e 1944(2). Sappiamo dunque che non è obbligatorio assegnare il premio per la pace, quando non ve ne sono le ragioni. E da questo punto di vista Obama è l'eccezione che forse si poteva evitare. Che se ne condividano o meno le motivazioni, i premi hanno sempre sancito un avvenimento. Molte volte il riconoscimento è andato all'uomo – Albert Schweitzer e Martin Luther King, evocati nel discorso di Obama). Qualche volta ad essere premiati sono stati uomini che, salvo quel dato avvenimento, in generale non si può dire che abbiano operato sempre ecoerentemente per la pace. Kissinger e Le Duc To trattarono l'armistizio, premessa alla conclusione della guerra del Vietnam (ad entrambi il Nobel per la pace nel 1973). Ma Kissinger fu anche l'animatore di operazioni antidemocratiche in America Latina negli anni '70. Analogo discorso si può fare a proposito dell'israeliano Menachem Begin, che ricevette il premio assieme al presidente egiziano Annwar Al Sadat (1978), anche se mai era e sarebbe stato pacifista o semplicemente pacifico. È pure successo che il premio sia andato al presidente di una nazione che poi non ne ha riconosciuto il valore, come fu il caso di Wodrow Wilson, autore dei "14 punti" e fautore della Società delle Nazioni all'indomani della prima guerra mondiale; messo in minoranza dal Senato degli Stati uniti in nome di una politica isolazionista.
Obama non fa parte di queste categorie, né di altre, diciamo così, più istituzionali, come capi di stato o segretari delle Nazioni Unite. Lo dice lui stesso: « io sono all’inizio, e non alla fine, del mio impegno sul palcoscenico del mondo». Dunque di lui non possiamo ancora giudicare le azioni. Anche perché, sono sempre le sue parole, «Oggi non sono venuto a portare una soluzione definitiva ai problemi della guerra».
A cosa dunque il premio? Alla speranza, si diceva. Ma in cosa sperare adesso, dopo aver letto le parole del discorso di accettazione? Obama si definisce «il comandante in capo di una nazione che si trova nel mezzo di due guerre. Una delle quali sta volgendo alla sua conclusione. L’altra è un conflitto che l’America non si è andata a cercare; una guerra nella quale siamo affiancati da quarantatre nazioni, inclusa la Norvegia(3), nello sforzo di difendere noi stessi e tutte le nazioni da ulteriori attacchi». Non ci si riconosce facilmente nel quadro descritto con queste parole. Sarà petulanza la mia, ma dire America volendo intendere gli United States of America, è talmente indice di mentalità imperiale, da contrastare perentoriamente con una cultura di pace. Perché mai messicani e cileni, canadesi e brasiliani dovrebbero sentirsi poco più che inquilini, satelliti o peggio abitanti del «cortile» di una grande casa padronale? In futuro premierei senz'altro un presidente nel cui frasario si riuscisse a distinguere l'America, continente, dagli USA union, federation o nation. Sarebbe una svolta culturale non da poco.
Ci sono dunque due guerre in corso: Una delle quali sta volgendo alla sua conclusione, mentre l’altra è un conflitto che l’America non si è andata a cercare... L'impressione è quella di un discorso sibillino: ipotizzando che la prima sia quella iraqena e la seconda quella afghana, non è affatto detto che la prima termini più rapidamente della seconda. E se mai dovesse verificarsi il contrario, la profezia non si sarebbe rivelata falsa, non avendo Obama fatto i nomi. Obama mente sapendo di mentire quando tratta separatamente le due guerre. Egli sa bene che il contesto è il medesimo e che a dare consistenza a quel contesto è stata la politica dei presidenti che lo hanno preceduto. Fin da quando si narrano storie di guerra (da Erodoto, possiamo dire), è sempre stato importante il discorso sulla responsabilità di quella determinata guerra: chi ha cominciato? Chi ha attaccato? Perché? Se chi attacca per primo non ha validissime ragioni per giustificarsi, sarà ritenuto responsabile di quanto seguirà. Ed ecco l'impegno a creare il cosiddetto «casus belli», cioè il fatto che sarà poi invocato come giustificazione della guerra. La prima guerra punica (264-241 a.C.) scoppiò quando i Mamertini (una compagnia militare che aveva preso il potere a Messina) si sentirono assediati dai cartaginesi e chiesero aiuto ai romani. Dipinti dunque i cartaginesi come il pericolo potenziale, ne seguirono tre guerre, di cui l'ultima, terminata con la distruzione di Cartagine (146 a.C.), sarebbe oggi stata definita un crimine di guerra e sanzionata da una corte penale internazionale. Se l'impero romano è una lunga storia di violenze, è anche una lunga storia di giustificazioni delle violenze: dalla violenza di Romolo che uccide Remo a quelle dei barbari che posero fine al ciclo per iniziarne un altro. L'ìstantanea più pregnante di quanto accadde nell'arco di quel ciclo sta nelle parole di Calcago, un ribelle britanno, testimone di un punto di vista altro, che così arringò i suoi, secondo quel che ci dice Cornelio Tacito(4): «... Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l'oriente né l'occidente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, dicono che è la pace».
Certo, in queste parole probabilmente non si riconosceva un civis romanus che si godeva gli splendori di Roma, Atene o Alessandria; esattamente come capita a noi che, pur avendo mezzi d'informazione sconosciuti agli antichi, non esitiamo, nel comodo delle nostre ricche città, a rimuovere episodi come quello della distruzione di Falluja. E in ogni caso si cercano sempre e sempre si trovano giustificazioni alla guerra, vissuta come una lotta al male, a partire dall'assunto indimostrabile ma comodo che il bene siamo noi. Persino i nazisti, qualcosa di molto vicino al male assoluto, attuarono una messa in scena in base alla quale figurava che era stata la Polonia ad attaccare la Germania nel 1939. «Il nome convenzionale fu « operazione Himmler » e il piano era semplice ed elementare. La SS-Gestapo avrebbe inscenato un finto attacco alla stazione radio tedesca di Gleiwitz, presso la frontiera polacca, impiegando alcuni internati di un campo di concentramento indossanti uniformi dell'esercito polacco. Si sarebbe in tal modo potuta incolpare la Polonia di aver attaccato la Germania»(5).
Occorse una tragedia quale fu quella vissuta dal mondo fra il 1939 e il 1945 per indurre qualcuno a formulare l'idea che la pace non sia semplicemente l'intervallo fra due guerre, un momento di quiete, bensì una strategia possibile in vista del raggiungimento di obiettivi universali a beneficio dell'intera umanità. Finalmente si capì la differenza che corre fra politiche imbelli e rinunciatarie e politiche armate del solo pensiero. Nel biennio 1936-1938, quando in Spagna si fecero le prove generali di quanto sarebbe accaduto poi, a non voler usare la forza contro i fascisti e a sostegno della repubblica democratica furono i governi francese e inglese; mentre da quei paesi, e anche dall'Italia e dall'America (continente) affluirono volontari disposti a dare la vita combattendo. Una differenza sostanziale con quanto avvenuto a cavallo fra la fine del XX e l'inizio del XXI secolo, quando sono stati agitati spauracchi vari come Saddam Hussein o Bin Laden per muovere un apparato militare-industriale oramai sovradimensionato e in crisi da elefantiasi. Accusando i pacifisti di non voler contrastare efficacemente la barbarie e la tirannia che avanzano, i governi occidentali fingono di aver compreso l'errore del '38; ma in realtà ne commettono uno simmetrico. Non comprendono cioè che fra la gente si è fatta strada l'idea che la storia si può fare con la testa piuttosto che con la pancia(6). Lo capirono persino alla CIA negli anni '50, quando un gruppo di intellettuali europei ed americani diedero vita al Congresso per la libertà della cultura, lo strumento culturale con cui venne gestito un ambito della guerra fredda: quello che aveva come scopo la conquista delle intelligenze. Ne parla Frances Stonor Sounders in un libro altamente raccomandabile dal titolo «La guerra fredda culturale» (Fazzi, 2004). Leggendolo, chi fra noi ha amato un certo film, chi ha goduto nella scoperta di certe sonorità musicali o chi si è infatuato per certi risultati dell'arte astratta e informale, ha spesso abboccato all'amo di una canna da pesca tenuta sapientemente in mano da uomini che lavoravano per la CIA come Michelangelo lavorava per i papi. Se li disprezzassimo per questo, vorrebbe dire che non siamo capaci di distinguere il contenitore dal contenuto. Il libro della Sounders ci mostra quanto può essere potente la cultura anche nel combattere battaglie grandi. Penso, per analogia, a Nelson Mandela e alla sua capacità di traghettare il Sud-Africa fuori dall'apartheid. C'è voluto un paradigma politico-culturale come «Verità contro impunità» con cui è stato scongiurato un inutile e regressivo bagno di sangue. Dovrei citare – e lo faccio per dovere d'inventario – Anche Ghandi, universalmente noto come il più grande fautore della non violenza. Ma è fin troppo noto per scagionarmi dall'obbligo di riassumerne succintamente il pensiero. Ci tengo invece a richiamare l'episodio della scissione della Cecoslovacchia in due repubbliche, avvenuta il 28 gennaio 1993 senza sparare un colpo, mentre invece nei Balcani cominciava l'ultima carneficina in ordine di tempo avvenuta in territorio europeo per le stesse ragioni. Intervenendo in Iraq e nei Balcani, le potenze occidentali – Stati Uniti in testa – hanno avuto un tale bisogno di giustificare le ragioni della guerra che, incapaci di farlo rimanendo nel paradigma classico, l'hanno ricollocata in ambiti semantici contigui e persino opposti, come «operazione di polizia internazionale» o addirittura «missione umanitaria». Mistificazioni, evidentemente, rispondenti alla necessità di indorare la pillola e di farla ingoiare ai gonzi. Per questo mi stupisce il discorso di Obama, che riporta indietro le lancette della storia al momento in cui la guerra non era accettata o rifiutata in quanto guerra, bensì in quanto giusta o ingiusta (come se i nazifascisti fossero stati consapevoli di combattere una guerra ingiusta). Quando sembrava uscito dalla porta, Samuel Hungtinton(7) rientra dalla finestra con la sua visione del conflitto basato sulle civiltà e le culture. Dice Obama: « Quelli che hanno a cuore la propria sicurezza non possono ignorare il pericolo di una corsa agli armamenti nel medio Oriente e nell’Asia dell’Est. Quelli che vogliono la pace non possono starsene inerti mentre delle nazioni si armano per una guerra nucleare». Immaginiamo che voglia parlare, oltre che dell'Iran e della Corea, anche dello Stato di Israele, in sei decenni armatosi come nessun altro stato al mondo in proporzione, e che ha allestito, non alla luce del sole, un arsenale militare(8), né ha mai firmato alcun trattato di non proliferazione nucleare, non essendo per questotenuto ad accettare le ispezioni dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica. Qual è dunque la differenza tra Israele da un lato, e Iran e Corea dall'altro? Perché il primo può detenere tranquillamente un arsenale nucleare mentre i secondi no? Perché il primo fa parte della nostra civiltà e della nostra cultura; gli altri due no. Il primo tiene bombe atomiche come si tengono quadri d'autore o pesci nell'acquario, per guardarseli nei momenti di relax; i secondi invece non vedono l'ora di sganciarle su di noi. Un pregiudizio di civiltà: come negarlo? Eppure il 6 giugno al Cairo Obama aveva tenuto un tono diverso: «Sono qui per cercare un nuovo inizio fra gli Stati Uniti ed i musulmani nel mondo, basato sul mutuo interesse e sul mutuo rispetto. E sulla verità: America e Islam non devono essere in competizione. Invece, si sovrappongono e condividono principi comuni, di giustizia e progresso, di tolleranza e dignità di tutti gli esseri umani». Si dà ora il caso che le due guerre citate a Oslo, in cui l'«America» è coinvolta, vedono sul fronte opposto realtà caratterizzate da visioni islamiche del mondo. E lui ne parla come di guerre giuste, visto che in una delle due c'è persino la Norvegia! Non è chi non veda l'inconciliabilitàdei due discorsi. Vero è che Obama è il comandante in capo di un esercito impegnato in due guerre. Vero è che, a nemmeno un anno dalla sua elezione, non può aver operato una reale inversione di rotta, dovendo raddrizzare il timone di una nave molto pesante. Vero è anche che, bongré malgré, ha appena annunciato l'aumento degli effettivi in Afghanistan, chiedendo agli alleati europei di fare altrettanto. Ma è anche vero, come si è visto, che non c'è obbligo di assegnare un premio per la pace se, in quell'anno, non si ritiene ci sia nulla da premiare. Assegnando il premio ad Obama, quali che siano state le tensioni e le aspirazioni che hanno generato la scelta, si è messo il comandante in capo nelle condizioni di fare un discorso da comandante in capo. Fra tre anni, si sarebbe stati in grado di ragionare sul reale apporto di Obama al raggiungimento di una pace non solo tregua. Non assegnando il premio a nessuno quest'anno, si sarebbe espressa una valutazione critica circa gli sforzi per la pace compiuti da chi al mondo può qualcosa in questa materia. Al di là di ogni retorica, questa scelta avrebbe potuto fare da pungolo e avrebbe potuto, credo, autorizzare qualche speranza in più; anche nelle capacità di Obama.

Note.

1 «Addio Lugano bella».
2 Evidentemente non era nota l'ipocrita e fallimentare visita al campo di concentramento di Terezin, dove gli ispettori della CRI, recatisi a visitare il campo su sollecitazione del governo danese, avevano preso per buona tutta la messa in scena allestita dai nazisti.
3 Il riferimento alla Norvegia si giustifica per il fatto che è il parlamento norvegese ad assegnare il Nobel per la pace, mentre gli altri quattro vengono attribuiti da istituzioni svedesi, come svedese era il fondatore.
4 Publio Cornelio Tacito, "Vita di Agricola".
5 William L. Shirer, "Storia del terzo reich», Einaudi.
6 In realtà già all'indomani della prima guerra mondiale si erano fatte avanti tendenze antibelliciste più che pacifiste in senso stretto. Con tanti morti nelle trincee e con tanti invalidi in circolazione, prevalevano più le domande sul perché dello scempio che le proposte di soluzione. «Codesto solo possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», per dirla con Eugenio Montale. Il punto più alto di questa riflessione si ebbe nel 1932 quando Albert Einstein e Sigmund Freud si scambiarono un carteggio sul tema della violenza, che sarebbe periodicamente da rileggere e meditare. Lo si trova qui: http://www.iisf.it/discorsi/einstein/carteggio.htm
7 Si veda il suo libro "Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Il futuro geopolitico del pianeta", Garzanti.
8 L'interesse israeliano per il nucleare è registrato fin dal 1956 (guerra di Suez). Nel libro "L'atomica europea" di Paolo Cacace (Fazzi editore), si dà conto del ruolo di Francia e Stati Uniti nella fornitura di materiali e tecnologie, in evidente complicità politico-strategica. E' poi da ricordare il caso Vanunu, un tecnico israeliano che divulgò in occidente dati sulla reale capacità nucleare di Israele e fu per questo illegalmente rapito a Roma e incarcerato in patria. http://www.tmcrew.org/csa/l38/wwi/israelnukenation/txt.htm

Tag: nobel per la pace, obama, politica internazionale

Commento

Devi essere membro di Bologna Città Libera per aggiungere commenti!

Partecipa a Bologna Città Libera

Ultime novità

Twitter Updates

    Seguici su Twitter

    Sugli altri social network

    Attività Recenti

    Marco Trotta ha aggiunto un evento
    2 Agosto 2010 da 0 a 14
    PACCHETTO SICUREZZA? La questura bolognese condanna a morte una donna che si ribella a uno stupro Il 20 luglio la questura di Bologna ha deportato una ragazza nigeriana di 23 anni, Faith, proprio nel Paese dove era stata condannata a morte per aver…
    7 ore fa
    È stato selezionato un post del blog di Marco Trotta
    Lo hanno scritto molti altrove, ma è bene tornarci. La battaglia sulle libertà negate dal cosiddetto "decreto bavaglio" che il governo vuole approvare entro l'estate coinvolge anche la rete. E' il famigerato comma 29, al centro della questione, che…
    9 ore fa
    Marco Trotta ha aggiunto un post del blog
    Lo hanno scritto molti altrove, ma è bene tornarci. La battaglia sulle libertà negate dal cosiddetto "decreto bavaglio" che il governo vuole approvare entro l'estate coinvolge anche la rete. E' il famigerato comma 29, al centro della questione, che…
    9 ore fa
    È stato selezionato un post del blog di francesco berardi
    Un anno fa, allo scadere del nono anno di esistenza, Rekombinant chiudeva i battenti.Fu una decisione sofferta che io e Matteo Pasquinelli prendemmo sapendo dicompiere un’azione leggermente scortese nei confronti di milleottocentododici persone che…
    11 ore fa
    È stato selezionato un post del blog di Serafino D'Onofrio
    IL MARZIANO Il Resto del Carlino 28 luglio 2010 Statua degna di Timisoara e le ragazze? Esco prima delle 7. Domenica mattina, strade deserte. Pochi uomini bermudati e sfiniti, dopo la notte bollente. Al bar della Pioppa, due camionisti scendono…
    11 ore fa
    Serafino D'Onofrio ha aggiunto un post del blog
    IL MARZIANO Il Resto del Carlino 28 luglio 2010 Statua degna di Timisoara e le ragazze? Esco prima delle 7. Domenica mattina, strade deserte. Pochi uomini bermudati e sfiniti, dopo la notte bollente. Al bar della Pioppa, due camionisti scendono…
    11 ore fa
    agenziacultura ha aggiunto un post del blog
    GIOVEDI' 29 LUGLIO 2010 DALLE ORE 18:30 "IL PORTO RITROVATO", PARCO 11 SETTEMBRE (EX MANIFATTURA TABACCHI) VIA AZZO GARDINO/ VIA RIVA DI RENO, BOLOGNA TRE CONCORSI ATIPICI (e a chiudere un reading e una jam session) ORE 18:30LA NOTTE IN CUI FU CL…
    martedì
    È stato selezionato un post del blog di Marco Trotta
    Della sorte di Faith non si sa ancora nulla. Però, intanto, a qualcosa è servito segnalare il caso. Intanto perché hanno preso posizione diverse altre realtà a Bologna. Per esempio la Casa delle Donne per non subire violenza che denuncia
    lunedì
    Marco Trotta ha aggiunto un post del blog
    Della sorte di Faith non si sa ancora nulla. Però, intanto, a qualcosa è servito segnalare il caso. Intanto perché hanno preso posizione diverse altre realtà a Bologna. Per esempio la Casa delle Donne per non subire violenza che denuncia
    lunedì
    È stato selezionato un post del blog di Giovanni Dursi
    La Fabbrica Italiana di Profitti, questo il piano dell'A.d. Marchionne che si propone di realizzare portando la produzione italiana dalle circa 800 mila vetture di oggi alle oltre 1 milione e 650 mila nel 2014, delocalizzando le diverse produzioni d…
    lunedì
    francesco berardi ha aggiunto un post del blog
    Un anno fa, allo scadere del nono anno di esistenza, Rekombinant chiudeva i battenti.Fu una decisione sofferta che io e Matteo Pasquinelli prendemmo sapendo dicompiere un’azione leggermente scortese nei confronti di milleottocentododici persone che…
    domenica
    Giovanni Dursi aggiornato un evento
    30 Ottobre 2010 a 31 Ottobre 2010
    Si invita a partecipare all'Assemblea pubblica "QUIETE E POI TEMPESTA, SOTTO I CIELI DEL MONDO - UN'ALTRA OPPOSIZIONE È POSSIBILE. CRISI, DIRITTI DI CITTADINANZA, LIBERTÀ NELLE METROPOLI DEL CAPITALE " per ricordare Oscar Marchisio. Poco più di un a…
    sabato

    Badge

    Caricamento in corso...
    Add to Technorati Favorites

    © 2010   Creato da Marco Trotta

    Badge  |  Segnala un problema  |  Termini del servizio

    Accedi alla chat