In preparazione della giornata di studi che si terrà a VAG il 9 gennaio 2010, consiglio di visitare il sito della rivista TURBULENCE, che purtroppo è scritta in inglese e non è tradotta.
http://turbulence.org.uk/wp-content/uploads/2009/11/turbulence_05.pdf
Turbulence è una rivista che da alcuni anni esce in occasione dei summit globali, e che ha accompagnato fin dal vertica di Heiligendamm la formazione di un pensiero e di un sentimento del movimento globale.
Il numero 5 che esce adesso ha come oggetto Copenaghen, le problematiche ambientali, ma più generalmente una interrogazione radicale sul carattere dei processi di devastazione prodotti dal neoliberismo, che dopo il collasso finanziario è diventato uno zombie, ma non per questo ha smesso di agire, anzi agisce in modo sempre più cieco ed apparentemente inarrestabile.
In questo numero ci si chiede anzitutto: in cosa ci siamo sbagliati dieci anni fa? cioè cosa ha sbagiato il movimento di Seattle? La risposta non è certo univoca e semplice. Il punto è soprattutto, dice Rodrigo Nunes, autore dell'articolo, che non sappiamo esattamente chi sia quel "noi" che avrebbe sbagliato. Il movimento nato a Seattle non ha infatti acquisito una dimensione sociale concreta non si è identificato in una forza sociale, ma è rimasto una nebulosa ideologica ed etica. Ha vuta una enorme forza sul piano della comunicazione e della critica, ma non ha messo in moto un processo di trasformazione sociale.
Ad esempio, pur occupandosi molto del supersfruttamento nei paesi del sud del mondo, il movimento non ha saputo aggredire la bolla dell'iperlavoro, non ha saputo mettere in moto un processo di redistribuzione del reddito, di appropriazione, di riduzione del tempo di lavoro.
In "Falling together", Rebecca Solnit sviluppa un discorso interessantissimo sugli effetti che le catastrofi possono produrre nella spontaneità sociale. In questo saggio, che è tratto dal suo libro "A Paradise Built in Hell", Rebecca Solnit propone un'alternativa all'idea dominante secondo cui i disastri provocano una specie di guerra di tutti contro tutti, e soluzioni aggressive e autoritarie. Al contrario, dice rebecca Solnit, le catastrofi possono aprire spazi di comunità di altruismo e di solidarietà. E soprattutto, vorrei aggiungere, di immaginazione. I disastri infatti aprono una finestra di desiderio sociale e di possibilità.
In "Notes on Obama's energy plan" George Caffentzis dà un segno della delusione che si sta diffondendo intorno alle scelte e soprattutto alle non scelte del nuovo presidente americano. Contrariamente alle promesse ed alle attese, infatti, Obama non ha la volontà o forse non ha la forza per liberarsi del modello economico basato sul petrolio, e di conseguenza non ha la forza per liberarsi di una politica di guerra.
"Non sembra possibile per il governo americano ritirarsi dal suo ruolo senza mettere in discussione il progetto capitalista stesso. Come dimostrano le politiche in Afghanistan Iraq e Pakistan, Obama e la sua amministrazione non mostrano interesse a liberarsi dal ruolo imperialista. "
Collectivo situaciones propone una riflessione sul tema dell'impasse (vicolocieco)
"Parliamo di impasse per definire la attuale situazione politica. E' una immagine elusiva, ma presente nelle diverse situazioni che stiamo sperimentando. Un tempo sospeso nel quale ogni atto è tentennante."
Come definire meglio l'atmosfera in cui si è svolto il vertice di Copenaghen?
Al centro della riflessione ci sta naturalmente una considerazione su quello che è il decorso della crisi finanziaria, e sulle misure che sono state prese finora dai governi.
Nell'editoriale (Life in Limbo?) troviamo infatti queste parole:
"Somme astronomiche sono state spese per prevenire il collasso completo del sistema finanziario, ma gli interventi sono stati usati per prevenire il cambio, non per avviarlo. Siamo intrappolati in uno stato di limbo."
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