"Questa morte mi ha riempito di amarezza finché non ho cominciato a viverla come si conviene. Avevo sempre vagheggiato circostanze più grandiose, come spirare a novant’anni tra le braccia di una diciannovenne innamorata, ucciso da un colpo di pistola sparato da una donna gelosa di ventuno. Meglio ancora, e in modo assai più grandioso, avevo fantasticato di non morire affatto. Io amavo la vita. Chi mai avrebbe potuto godersela più di me, al mero prezzo di un periodico salto dal medico per via dello scolo e di qualche occasionale pensiero per i tassi d’interesse o la bontà dei raccolti di uva di Smirne? La mia vita era talmente meravigliosa che tanta serenità mi aveva persino ispirato a intraprendere scriteriate azioni filantropiche, come costruire la piccola stazione di pompaggio a Eskibahce o non esigere il saldo dei debiti contratti dagli amici.
A irritarmi è l’idea che sto morendo (ancorché in modo piacevole) a causa del più gigantesco casino, provocato da teste bacate, allocchi, scimuniti e minchioni di prim’ordine che per caso si trovavano nella condizione d’incasinare tutto, ma proprio tutto. Perdonate il linguaggio veemente, di regola in presenza di signore non lo userei, ma, come essere umano che annega per colpa delle pagliacciate di certi storditi imbecilli, mi sento in diritto di esprimermi in maniera pittoresca. (La mia faccia è stata appena esaminata con attenzione da un muggine, che se n’è andato senza registrare offesa apparente.)
Mettiamo in chiaro una cosa: io non sono e non sono mai stato un babbeo. Se fossi un babbeo non avrei fatto tanta fortuna, non avrei pagato così poche tasse e stretto contatti preziosi a ogni possibile livello. Nulla, amici miei, è tanto innocente quanto la ricerca del denaro liquido, lo scambio avido ma onesto di merci e lavoro. Io sono un capitalista, e nessun capitalista che si rispetti può permettersi di essere un citrullo. Ho fatto soldi vendendo di tutto, anche aria fritta, e li ho spesi liberalmente sia in cose necessarie sia in cose frivole. Ho creato talmente tanta occupazione che quando andrò in Paradiso il Signore dovrà darmi una medaglia e un bordello tutto mio. Senza di me, non so quanti coltivatori di fichi sarebbero più poveri, e quante piccole prostitute andrebbero in giro vestite meno eleganti.
Voglio proprio dirvelo, chi sono quelle zucche vuote, e partirò dall’alto. Anzi, in verità un alto non c’è nemmeno, perché a questo torneo di mammalucchi sono iscritti così in tanti che meriterebbero tutti un primo posto a pari merito..."
(Louis de Bernières, "L'impossibile volo", Guanda, 2005).
Ringrazio Gregorio della Libreria delle Moline per avermi consigliato uno dei più bei libri che ho letto negli ultimi anni. E non certo per questa riproduzione in scala del modellino di Berlusconi, stereotipo del mercante levantino, pagina che è soltanto un mattone in un edificio ben più complesso.
Tag: berlusconi, libri
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